Recupero di una corda

Con lo sfregamento e l’usura, mi sono accorto che una corda presenta, in un punto, segni di abrasione accentuata sulla calza esterna (l’anima è invece intatta).

Il passaggio continuo del discensore nel punto di abrasione comporta uno scompagnamento dei trefoli ed un’accelerazione dei tempi di degradazione.

In poche altre discese avrei dovuto tagliare la corda nel punto in questione.

Essendo una corda speciale (e costosa), mi piangeva il cuore (ed il portafoglio).

Ho preso quindi una colla specifica per PVC e plastiche morbide, un collante elastico; ed ho imbevuto i trefoli della corda, completando poi il giro, passandola anche sulla parte sana della calza, a formare un tubo di collante.

La calza esterna è in poliestere (e non di nylon, come sono costituite attualmente le più diffuse corde), nonostante il collante non sia per poliestere (anzi sull’etichetta é esplicitamente escluso il PE), la colla, impastata con i trefoli, ha fatto presa, come potete notare in foto:


Nelle prossime uscite potrò verificare la tenuta del collante al passaggio del discensore.

Il tubo di colla sembra mantenere le proprietà elastiche della corda, sia in trazione che in torzione, almeno da una prova a mano.

Presto farò la prova sul campo.

Il distretto minerario di Baccu Locci

Poichè le distanze fisiche e le altre attività (quali la famiglia, il lavoro), costringono spesso a spostamenti mordi e fuggi, cerchiamo di compendiare questa carenza con una attività di studio preliminare a tavolino ed una successiva integrazione delle conoscenze acquisite sul campo.

Ritengo difatti che la conoscenza del territorio nella quale si effettua l’attività esplorativa, oltre ad essere importante per il successo dell’attività stessa, lo sia come completamento della propria persona ed estensione delle proprie conoscenze.

Fin dalla giovane età ho avuto la fortuna di spostarmi e frequentare nuovi luoghi, poi, con il crescere, il mio interesse si è spostato dai luoghi umani e dai tessuti urbanistici ai luoghi naturali, ma la matrice comune, cioè l’interesse per nuove geografie, è rimasta sempre la stessa.

Ritengo anzi che molti problemi, dal razzismo alla xenofobia, se rimaniamo nel campo umano, dall'(anti)ecologismo ad un’economia delle risorse illimitate, se passiamo nel campo del naturale. Sono in realtà problemi nati perché la gente si sposta poco geograficamente e rimane culturalmente abbarbicata al proprio piccolo e provinciale vissuto quotidiano.

Perché basterebbe che la gente si muovesse un poco di più per accorgersi di quanto è bella la varietà umana e naturale, e di come è un non senso rimanere ancorato al proprio piccolo mondo.

Per quanto mi riguarda, ogni volta che ho scoperto un nuovo territorio, io stesso mi sono sentito accresciuto di un qualcosa di più, come se il territorio fosse venuto a far parte di me, di un me accresciuto ed allargato.
La sensazione è di un perdersi, un diluirsi, ma al contempo di un accrescersi, arricchirsi.

Veniamo dunque all’argomento del post: il distretto minerario di Baccu Locci.


La zona è sovrastata ad Ovest dalla Area Militare, che la predomina dall’altipiano del Salto di Quirra, ad accesso limitato, e che la isola ancora di più.

Di questo luogo colpisce il contrasto tra la bellezza naturale e la selvaggeria da una parte, e lo sfruttamento scellerato del sottosuolo per estrarne piombo ed arsenico portato avanti fino al 1965, di cui ancora oggi ne paghiamo le conseguenze ( qui un’analisi geochimica delle acque, qui un’altra), dall’altro.

L’assurdità di tale sfruttamento è dato dal fatto che è stato realizzato a beneficio di una redditività economica pressochè nulla, ed al prezzo di un inquinamento ambientale e condizioni di vita e di lavoro dei minatori ai limiti della schiavitù (non esisteva ad esempio un sistema di condizionamento che impedisse loro di inalare le polveri tossiche, il percolato non veniva filtrato ma lasciato defluire a fiume), ed anche oggi è possibile vedere le baracche nelle quali vivevano.

Qui potete trovare una descrizione e la storia delle miniere.

Qui la mappa della zona con le forre (Baccu Locci e Baccu Dilone) che abbiamo aperto:


Visualizzazione ingrandita della mappa

Una (velata) critica all’associazionismo sportivo – Parte 2

Se lo scopo di un’associazione, come dichiarato, è la promozione dell’attività sportiva, allora non ci dovrebbe essere spazio a comportamenti poco limpidi.

Mi spiego meglio.

Se io svolgo un’attività sportiva insieme ad altri soci dell’associazione, devo potermi fidare ciecamente dei compagni con i quali sto svolgendo l’attività, soprattutto nei momenti in cui metto la mia vita nelle mani degli altri.

Esempio 1.
Grotta di Zompa lo Schioppo, parecchi anni fa. Sto strisciando nell’acqua e fango in un cunicolo inesplorato mentre alle spalle ho due sifoni, il secondo dei quali superato in apnea, tenuti sotto controllo da idrovore. Non lo farei se non fossi strasicuro che i compagni al di là dei sifoni non si stanno facendo le pippe, non accorgendosi di niente nel caso le idrovore si intoppino di fango. Ed anche che, vedendosela brutta loro, non pensano prima a salvarsi la loro pellaccia, per poi fuori, in salvo, piangere lacrime di coccodrillo per l’amico rimasto intrappolato dentro.

Esempio 2.
Un Aprile di qualche anno fa. Corsica. Rimango bloccato per ore sotto una cascata di quattro metri cubi al secondo d’acqua, mi dò come limite di tempo il crepuscolo, oltre il quale, all’alternativa di morire assiderato, posso giocarmi l’opzione di una morte quasi certa nella trappola-rullo sottostante, nel tentativo di superarla a nuoto.
Il mio amico risale in arrampicata libera i salti alle nostre spalle e ravana nel bosco prima di fermare la prima auto che percorre la strada.
Sa che ho poche ore di vita, arriva all’auto nelle condizioni di essere soccorso prima lui per un quasi collasso dovuto allo sfinimento.
Gli sono eternamente grato, perché grazie a lui, posso ora stare qui a scriverne.

Esempio 3.
Da fine corsista, scendo a -350metri di profondità, sono stanco ed ho difficoltà a continuare a scendere.
Il mio compagno di discesa, esperto speleologo (ed esperto stronzo), mi dice che posso ritornare verso l’uscita da solo, perché lui può continuare senza di me. E’ inutile sottolineare che è stata l’ultima volta che sono uscito con il tizio.

L’attività sportiva, svolta ad un certo livello, pone ogni individuo in situazioni tali, per cui gli atteggiamenti ipocriti semplicemente scompaiono. L’egoismo o l’altruismo della persona, in situazioni critiche, viene fuori senza filtri.
La natura delle persone viene fuori per quella che è, senza orpelli, finzioni, coperture.

L’attività sportiva è una palestra di vita, migliore della vita di tutti i giorni, perché ti permette di mettere a nudo le persone.

Se la fiducia nel proprio compagno deve essere totale, se la scelta dei compagni giusti è fondamentale, l’associazione sportiva non è allora il luogo adatto, perché le persone lì non si frequentano per le ragioni sopra descritte ma per una generica comunanza di interessi, il che non è un criterio sufficiente.

Di più. Nell’associazione le persone non si trovano assieme per la ricerca della fiducia reciproca (che consentirebbe loro di svolgere al meglio un’attività) . Ma, al contrario, svolgere un’attività va in secondo piano rispetto alla possibilità di assumere un qualche ruolo. Tanto che spesso, il raggiungimento di quest’ultimo obiettivo oblia quello che dovrebbe essere lo scopo principale dell’associazione stessa.

(continua)

Una (velata) critica all’associazionismo sportivo

Dalle mie parti, ci sono una miriade di associazioni costituite da un ridotto numero di associati; con un così esiguo numero di persone, è difficile giustificare il proliferare di tanti incarichi.

Eppure, le persone inevitabilmente finiscono con il presentarsi con il proprio ruolo – io sono il responsabile della scuola torrentismo, io sono il magazziniere – come se l’incarico fosse di per sè qualificante della persona. E non si raccontano invece per quello che hanno fatto, per la loro attività e per la loro storia.

Invece, le migliori persone che ho conosciuto, non si sono mai presentate per il loro ruolo (anche perché spesso non ne avevano, o se lo avevano, lo svolgevano silenziosamente) nell’associazione, ma per la loro attività.

Ci sono addirittura associazioni dove i ruoli superano il numero dei membri, nessuno è scontentato, e tutti possono fregiarsi di qualche appellativo.

Le presentazioni possono avvenire anche in forma non verbale: conoscevo un tizio che con 35 gradi all’ombra indossava la giacca di goretex del soccorso speleo, perché solo così poteva ostentare la targhetta del CNSAS, come fossero i galloni di un generale.

Spesso l’incarico viene visto come la patente per l’esercizio arbitrario di potere, con tutti i corollari, tra i quali la burocratizzazione: in un gruppo eravamo in quattro gatti, ed il magazziniere, fresco di nomina, pretendeva la richiesta firmata e controfirmata in triplice copia per il prelievo e la riconsegna del materiale. C’ è stato anche il caso del magazziniere (un’altra persona, ma dello stesso gruppo) che senza render conto a nessuno si è portato a casa sua tutto il materiale sociale ‘perché così lo poteva controllare meglio’, ma lì sfociamo nella patologia psichiatrica.

Un giorno Jean-Paul Sartre, seduto a un caffé di Parigi, chiese a un signore che stava in piedi davanti a lui: "Chi è lei e che vuole da me?". "lo sono il cameriere" rispose il signore. "No – proseguì Sartre – lei non è un cameriere, lei fa il cameriere. Non si confonda a questo proposito".
E’ il famoso esempio dell’Essere e Nulla del cameriere che non "è" un cameriere, ma è una persona nel ruolo di cameriere.

Quell’esempio è portato da Sartre per illustrare uno dei pilastri del suo discorso, la evanescenza degli esseri umani, e la insopportabile angoscia che da essa proviene.

Nessuno "è" nulla, dice Sartre, nessuno "è" cameriere, nessuno "è" professore, o industriale, o divo … tutti "giocano" un ruolo, e la ricerca di un fondamento sostanziale che dia alla propria vita una sicurezza di granito è per Sartre una delle origini del dominio, del fanatismo, della intolleranza, della "totalità".

Ci si aggrappa al proprio ruolo come se esso fosse un carattere distintivo e fondamentale della propria persona, come se esso costituisse il nostro "essere", la nostra natura più profonda.

Ci si nasconde dietro un ruolo perché spesso, tolto il ruolo, non si è niente, evanescenza.

Guai a disvelare tale illusione, ci attireremmo l’odio del nostro interlocutore che si sentirebbe defraudato nella propria natura.

L’evanescenza, tuttavia, se riconosciuta ed accettata, ci offre, secondo Sartre, molte chances, perché permette di impostare la propria vita sul sentire anziché sull’essere, permette di cambiare, di avere delle belle emozioni.

Per tale ragione la mia strada è da tempo lontana dalle associazioni, il torrentismo ha raggiunto oramai una maturità tecnica tale da permettere ad una manciata di persone di svolgere un’attività senza risentire della mancanza di una associazione dietro le spalle. Si rinuncia ad un ruolo, per quanto come sopra scritto possa valere, ma si vive l’attività con maggiore libertà e minori orpelli.

(continua)

Fosso di Portella- Prova di Corda 2

Michele, essendo sceso per primo, mi ha appena allegato le foto che ha scattato oggi dalla base del cascatone, a Luca ed il sottoscritto, mentre scendevamo.


Le mie stesse foto, senza il riferimento umano, non danno la stessa impressione di maestosità dell’ambiente,


Luca ha avuto il battesimo delle nuove corde.


Dopo una prima incertezza nella partenza dell’armo … si è fatto coraggio ed ha preso il via


Il test del nodo di giunzione, come immaginavamo, è perfettamente riuscito.

In tre persone, abbiamo voluto scialare con il materiale, oltre l’attrezzatura d’armo, portavamo ben 280 metri di corda.

Prova di corda 1

Domani andiamo a provare la corda nuova (che ci siamo fatti costruire appositamente), c’è da provare la tenuta del nodo di giunzione, effettueremo un galleggiante e assicureremo i due capi facendo due asole e bloccandole in un moschettone, per scongiurare l’eventuale (quanto improbabile) scorrimento della corda nel nodo.

La nostra palestra sarà la cascata da 90m del Fosso della Portella.

E’ una prova preliminare per le applicazioni pratiche che abbiamo in programma (ne parlerò in seguito) per la primavera 2008, e che programma!!!!

La Portella ci aveva già visto in azione l’anno scorso, allorquando sul medesimo cascatone provammo il passaggio del nodo di giunzione, posizionato a metà discesa.

Fiegni


Questa è la fotografia d’epoca della casa del bisnonno di mia moglie: è un posto carico di ricordi e di affetti.

Per lei questa foto è il ricordo di giornate radiose passate sull’aia a giocare con gli altri bambini.

Nonostante ciò, non posso fare a meno di guardare oltre la casa, verso le montagne sullo sfondo. E lì distinguo, nell’ordine, il rio Sacro, le cascate di Monte Cacamillo e la forra dell’Acquasanta.

Non è possibile, la mia è una vera fissazione!!!

La tecnica (nel torrentismo) come mezzo, e non come fine

Proseguo sul mio blog un ragionamento che ho iniziato in altra sede.

In ogni attività sportiva la tecnica tende ad essere vista come un fine, e non come un mezzo.

Ma la tecnica deve essere uno strumento non un fine,
come dice Wittgenstein "come una scala da usare per salire più in alto e poi gettare via".

Mentre vedo che per alcuni di noi non è così: per un principiante, in qualsiasi disciplina, la tecnica è un fattore fondamentale, acquisirla è necessario per poter praticare l’attività. Ma una volta acquisita, molti si dimenticano di gettare via la scala, la tecnica rimane per loro sempre il fattore predominante, e non capiscono che è uno strumento che, una volta acquisito, gli permetterebbe poi di guardarsi attorno e di vedere cose che prima non si potevano permettere perché assorbiti dalla attività dell’apprendimento. Una volta acquisita, non è più necessario che sia ancora il fine della pratica sportiva.

Anche in natura la scala viene gettata via: la neuropsichiatria ha mostrato che durante i processi di apprendimento, nel cervello umano, vengono sollecitate le zone del cervello centrale, nella quale le attività apprese sono coscienti e volontarie. Una volta che l’apprendimento è terminato, vengono liberate le zone del cervello centrale, per fare posto ad altre attività coscienti, e tali processi vengono mano mano spostati nel cervelletto, dove non sono più coscienti e sono molto più veloci ed efficienti.

L’esempio classico è quello della scuola guida: l’allievo che sta imparando a guidare, pensa esattamente ogni mossa che deve fare – abbassare la frizione, scalare la marcia, dare gas, rialzare gradualmente la frizione – ogni singola azione viene da lui pensata coscientemente, ed è totalmente assorbito dalla sequenza degli atti, che segue coscientemente, tanto che spesso riesce a seguire solo quello e non altro – come guardare la strada!!!

Il guidatore esperto invece guida senza pensare alla sequenza di movimenti che compie, tanto che li effettua senza l’attività della coscienza, e può pensare tranquillamente ad altro, e nonostante non li pensi, è molto più preciso e veloce nell’eseguirli.

Il centro di controllo dell’attività si è spostato dal cervello al cervelletto, è diventato da cosciente ad incosciente, da lento e macchinoso a veloce e preciso, la natura ha gettato via la scala e permette alla nostra attività cerebrale cosciente di dedicarsi ad altro.

Nell’attività sportiva invece, molti praticanti, continuano a porre la tecnica come elemento principale della loro attività, si crea una figura di ‘perpetuo istruttore’, verso di sè come verso gli altri, che focalizza sempre l’attenzione su come realizzare un certo passaggio, quale tecnica mettere in pratica, cosa provare in quest’occasione, ecc.

L’elemento tecnica è importante, ma a mio avviso deve essere il mezzo per praticare al meglio l’attività sportiva, non diventarne il fine.

Il discorso a mio avviso si deve ribaltare.
La risposta alle varie domande: cosa mi può permettere di scendere in sicurezza questo canyon? Come posso economizzare sul peso del materiale senza che venga meno la sicurezza? Ed altre che vertono su come migliorare l’attività.
La risposta, come dicevo, è di pertinenza alla tecnica.

La tecnica deve essere la risposta a tali domande, non sostituirsi alla domande stesse.

Qualche anno fa Michele ed io, abbiamo iniziato a porci delle domande su come migliorare la nostra attività (Michele per la verità aveva iniziato a porsele già prima di me):

Se il fattore di rottura delle corde è dovuto statisticamente più allo sfregamento che al carico, e se lo sfregamento è dovuto alla elasticità, perchè non dotarci di corde più rigide?

Una corda più rigida, rispetto ad una più elastica, a parità di  carico di rottura, avrà un fattore di caduta più basso. Qual’è il fattore di caduta limite accettabile per la nostra attività?

Il problema nostro più grande, subito dopo la sicurezza, è il peso. E’ possibile avere materiali più leggeri?

Scendendo in corda doppia, l’altezza massima scendibile è la lunghezza minore tra le due corde. Come sfruttare la lunghezza totale delle corde?

Queste domande avevano in realtà a monte un’altra origine, con Michele abbiamo iniziato a fare squadra dal 2003, da allora la nostra attività esplorativa, assieme, è stata molto assidua; ma abbiamo sempre avuto un piccolo problemino, siamo pressocchè sempre stati in due.

Due persone significa che tutto il materiale necessario per una progressione esplorativa, che è tanto, pesante e voluminoso, è da dividersi tra due.

Diveniva perciò di fondamentale importanza ottimizzare tale materiale; portarsi ad esempio due corde (una 50m ed una 150m), significava non poter utilizzare la 50m nella verticale più alta, ed era paragonabile ad avere solo una 150m. D’altra parte, portarsi solo una corda (la 150m), significava non avere la corda di riserva ed essere impacciati nei salti più bassi. Ci serviva una tecnica che ci permettesse di utilizzare il metraggio pieno, e poter magari scendere un salto da 100m con le due corde.

Chi ha pratica di discesa su corda doppia sa che il nodo di giunzione tra le due corde, deve essere sempre a monte del discesista, e che è praticamente impossibile passare con il discensore tale nodo, a meno di non essere costretti a fare passaggi artificiosi con l’uso dei bloccanti. Il nodo vicino all’attacco dell’armo è insomma considerato un assioma al pari degli assiomi euclidei.

A noi serviva o abbandonare la tecnica della corda doppia, oppure, se volevamo mantenere l’uso della corda doppia (come volevamo), trovare il modo di passare il nodo di giunzione.

Un altro problema da risolvere è il seguente: durante l’esplorazione, si tende ad essere parchi con l’attrezzamento artificiale, si tende dove possibile ad utilizzare armi naturali (alberi, clessidre) o a concatenare più salti, insomma si usa il trapano solo lo stretto indispensabile. Questo comporta che gli attacchi spesso sono arretrati, perché gli alberi non sono quasi mai nella posizione ideale, la corda struscia in più punti, e quindi tende a sfregare durante la discesa, ed in più il recupero può essere difficoltoso.

Questo problema si è presentato soprattutto durante l’apertura del Gafaro a Nebbia (vedi post http://andreapucci.satellitar.it/?p=10 ), allorquando ci trovammo difronte a qualcosa come una cinquantina di salti, certo non tutti da scendere esclusivamente con la corda (alcuni disarrampicabili, con attenzione), non tutti di grossa altezza, non tutti molto distanziati l’uno dall’altro. Ma togliendone anche una ventina dal computo, restano in ogni caso da armarne una trentina. Armare trenta salti con il trapano, significa non essere certi di uscire in giornata, significa non essere sicuri che le batterie reggeranno fino alla fine (ci è capitato che ci abbandonassero durante l’apertura di un’altra forra, il Vallone dell’Inferno, Cilento), significa tenere in conto un pernotto (quindi altro materiale, altro peso da portare). Risparmiare sull’armo artificiale significa poter essere più veloci ed avere la garanzia di poter uscire in giornata. Ciò a sua volta è possibile al prezzo di poter far toccare la corda in più punti, senza problemi, e di poterla recuperare nonostante strusci e si possa accavallare.

Ma il problema più grande, probabilmente maggiore dei precedenti, è il peso dei materiali. Per farlo capire meglio devo raccontare la seguente storia, per bocca di Michele; siamo nel Vallone di Erchie, Costiera Amalfitana:

"…E finalmente sei sul posto. Scendi dalla macchina, dividi il materiale da portare su, lo metti nello zaino, ti metti lo zaino in spalla …

E ti viene un accidente … quello non è uno zaino, è un macigno! Non va. La salita sembra tutta al sole, non possiamo portarci su tutta questa roba … ma cosa lasciare? A cosa rinunciare? A tutto il superfluo, ovviamente: la macchina fotografica (ecco perché qui non vedete nessuna foto!) un po’ d’acqua (forse soffriremo un po’ la sete, ma pazienza!), i cordini … e prendiamo la muta leggera, che un po’ di freddo non ha mai ucciso nessuno!

Ma lo zaino è ancora troppo pesante, e decidiamo di portare le corde corte. E dopo qualche ora sono dispiaciuto per questo, perché il salto più alto è veramente alto, e le corde non arrivano in fondo. Dobbiamo così scendere in due tiri, fuori dall’acqua.

Ammiravo la bellissima e tranquilla cascata dal basso e mi dicevo sconsolato: che bello sarebbe stato scendere a filo d’acqua …

La prossima volta."

La cascata cui si riferisce Michele, è una 70 metri, che abbiamo dovuto scendere con due corde da 50 metri, frazionando e recuperando in parete, appesi come due salami: non è stato proprio il massimo!

(Continua)

Fosso di San Michele

Lo spirito dell’esploratore viene fuori nella difficoltà: se tutti i fossi che uno trovasse ed aprisse fossero posti meravigliosi, gli esploratori si conterebbero a decine. Se invece la maggior parte delle volte e del tempo si tratta di ravanare in posti infidi, in spinai interminabili, si compie una sorta di selezione naturale: solo gli individui più motivati trovano la ispirazione per continuare; i più testardi, a dispetto delle esperienze contrarie, ripetono nuovamente i medesimi errori, trovando nuovi posti infidi e spinai da attraversare. Una mente sana, di fronte ad una ripetuta conferma delle esperienze negative, si fermerebbe. Un matto od un esploratore no, perché la sua mente contorta è mossa da una molla tutta interiore, che lo spinge, nonostante tutto, ad una coazione a ripetere. Poi, ogni tanto, tra centinaia di roveti, appare la Forra, l’Orrido mille notti sognato: ma neanche questa sarà la sua volta, il Fosso di San Michele può essere annoverato tra gli spinai da dimenticare.


L’attacco del fosso non è poi male, affacciato sulla valle del Turano, l’eremo di San Michele assiste alla nostra entrata nel greto.

Ancora ignari di quello che ci attende (ancora adesso, che digito sulla tastiera del portatile, mi tolgo qualche spina dai polpastrelli), scendiamo fiduciosi.

I 500 metri di dislivello e qualche fascia di roccie da superare ci significano che qualcosa di interessante dovremmo trovare.


Il torrente, nella sua discesa, intercetta svariate sorgenti, e l’acqua inizia a scorrere sempre più copiosa, ma mai fastidiosa.


Il sottobosco inizia ad infittirsi…


L’ultima cascatella, da qui in avanti sarà uno spinaio continuo per qualche centinaio di metri di dislivello e qualche ora di smadonnamenti.