Rottura della Corda

Dopo essere già stati in zona a fine Ottobre, dalle parti di Acquapendente, sull’altopiano dell’Alfina, per scendere un torrente che si getta dal bordo del plateau basaltico, il fosso dell’Acquilonaccio.

Michele ed io, dicevo, torniamo nuovamente da queste parti, vicino alle tombe etrusche di Hescanas (Orvieto), per scendere stavolta la Cascata del Montacchione.

E’ domenica 21 febbraio 2016, e come al solito prepariamo gli zaini, portando con noi le corde ultrasottili che usiamo da anni, le 6 millimetri con anima in Vectran e calza in Kevlar.

La 100m è la mia, la 60m è di Michele. Le corde saranno sovrabbondanti per la cascata che risulterà poi di una quarantina di metri.

La cascata precipita giù da una parete basaltica, arrivati sul ciglio della cascata scopriamo che è già stata scesa, c’è un cordino praticamente nuovo attorno ad un grosso albero.

Decidiamo in ogni caso di non armare da là, preferendo un albero arretrato sulla sinistra idrografica.

Armo e scendo io per primo.

Come potete notare in foto, la corda è sulla destra della cascata.

Ora è il turno di Michele, che inizia a scendere.

Come potete notare nella seguente foto, l’albero grosso al centro è quello dove abbiamo trovato il cordino. L’albero arretrato a destra è quello di cui si intravedono i rami.

La corda passa attorno all’albero e poi va giù libera per alcuni metri, poi tocca una fascia di basalto, quindi prosegue libera per arrivare al ciglio dove curva sulla roccia, il punto di maggiore sollecitazione è ovviamente questo secondo.

Nel seguente video sto riprendendo Michele, il video si interrompe un attimo prima che si rompa la corda.

Nel momento che si rompe, Michele è esattamente all’altezza della fascia di blocchi di basalto più grossi.

La seguente foto è scattata nel momento in cui Michele è in caduta libera (notate che la cinghia dello zaino va verso l’alto): la corda grigia è  in tiro, mentre la verde è lasca.

Nel momento in cui me lo vedo cadere davanti agli occhi, mollo la macchinetta fotografica e corro verso di lui, temendo che non si rialzi più, ho il cuore che schizza a 10.000 e mi sento di collassare: urlo a Michele emettendo un rantolo soffocato.

La caduta è stata alta, ma lui si rialza dalla pozza e valuta da subito se ha riportato lesioni, è dolorante ma miracolosamente illeso.

Michele è rimasto miracolosamente illeso, durante la caduta (di circa 10 metri)  non ha sbattuto contro rocce, ha mantenuto un assetto perfettamente verticale (probabilmente anche aiutato dalla corda grigia che è rimasta in leggera tensione) ed è atterrato nella pozza bassa con fondo sabbioso. Se fosse atterrato su qualche masso non sarebbe andata a finire allo stesso modo. Si è insaccato nella pozza attutendo la caduta prima con le ginocchia e poi con il sedere sbattendo dolorosamente il coccige.

La corda che si rompe è la verde, vicino al nodo, nel punto in cui struscia la prima fascia di basalto, non quindi sul ciglio della cascata.

Mentre la corda verde non è frenata da niente, la corda grigia è passante attorno all’albero, e quindi l’attrito della calza sulla corteccia oppone quel minimo di resistenza alla caduta, e permette a Michele di mantenere un assetto verticale.

Dall’immagine si vede chiaramente che la corda ha ceduto dall’interno, quindi la curvatura sulla roccia ha solo contribuito ad abbassare il carico di rottura ma non è stato il motivo scatenante. La corda ha ceduto internamente, dall’anima, si vedono i trefoli bianchi sfilacciati, e poi ha strappato la calza verde esterna.