Chi cerca trova

Ieri per Michele ed il sottoscritto la giornata, iniziata con un altro scopo, è diventata di perlustrazione; partiti con l’idea di scattare qualche foto in una forra che abbiamo aperto qualche anno fa, visto il tempo incerto, abbiamo deciso di cambiare programma, e di battere un’area che fino ad ora non avevamo trovato l’occasione di perlustrare.

Cerca cerca, il sogno del grande orrido sembra si stia materializzando.

Il dislivello c’è: è, anzi, da mozzare il fiato, e potrebbe disvelare qualche saltone a tre cifre (condizionale d’obbligo). La roccia è buona: un bel calcare compatto. L’ambiente grandioso: chiuso tra paretoni, che abbiamo seguito da fuori fin dove possibile. Il greto: asciutto ma pulito. Meandreggia che è una bellezza, bello incassato.

Insomma, pare avere tutte le carte in regola. Non ci resta che completare l’opera, cioè scenderlo.

Purtroppo è tutto rimandato a dopo la metà di Maggio, siamo ora in procinto di partire per la Sardegna, ed anche da lì ne sentirete delle belle.

Una (velata) critica all’associazionismo sportivo – Parte 2

Se lo scopo di un’associazione, come dichiarato, è la promozione dell’attività sportiva, allora non ci dovrebbe essere spazio a comportamenti poco limpidi.

Mi spiego meglio.

Se io svolgo un’attività sportiva insieme ad altri soci dell’associazione, devo potermi fidare ciecamente dei compagni con i quali sto svolgendo l’attività, soprattutto nei momenti in cui metto la mia vita nelle mani degli altri.

Esempio 1.
Grotta di Zompa lo Schioppo, parecchi anni fa. Sto strisciando nell’acqua e fango in un cunicolo inesplorato mentre alle spalle ho due sifoni, il secondo dei quali superato in apnea, tenuti sotto controllo da idrovore. Non lo farei se non fossi strasicuro che i compagni al di là dei sifoni non si stanno facendo le pippe, non accorgendosi di niente nel caso le idrovore si intoppino di fango. Ed anche che, vedendosela brutta loro, non pensano prima a salvarsi la loro pellaccia, per poi fuori, in salvo, piangere lacrime di coccodrillo per l’amico rimasto intrappolato dentro.

Esempio 2.
Un Aprile di qualche anno fa. Corsica. Rimango bloccato per ore sotto una cascata di quattro metri cubi al secondo d’acqua, mi dò come limite di tempo il crepuscolo, oltre il quale, all’alternativa di morire assiderato, posso giocarmi l’opzione di una morte quasi certa nella trappola-rullo sottostante, nel tentativo di superarla a nuoto.
Il mio amico risale in arrampicata libera i salti alle nostre spalle e ravana nel bosco prima di fermare la prima auto che percorre la strada.
Sa che ho poche ore di vita, arriva all’auto nelle condizioni di essere soccorso prima lui per un quasi collasso dovuto allo sfinimento.
Gli sono eternamente grato, perché grazie a lui, posso ora stare qui a scriverne.

Esempio 3.
Da fine corsista, scendo a -350metri di profondità, sono stanco ed ho difficoltà a continuare a scendere.
Il mio compagno di discesa, esperto speleologo (ed esperto stronzo), mi dice che posso ritornare verso l’uscita da solo, perché lui può continuare senza di me. E’ inutile sottolineare che è stata l’ultima volta che sono uscito con il tizio.

L’attività sportiva, svolta ad un certo livello, pone ogni individuo in situazioni tali, per cui gli atteggiamenti ipocriti semplicemente scompaiono. L’egoismo o l’altruismo della persona, in situazioni critiche, viene fuori senza filtri.
La natura delle persone viene fuori per quella che è, senza orpelli, finzioni, coperture.

L’attività sportiva è una palestra di vita, migliore della vita di tutti i giorni, perché ti permette di mettere a nudo le persone.

Se la fiducia nel proprio compagno deve essere totale, se la scelta dei compagni giusti è fondamentale, l’associazione sportiva non è allora il luogo adatto, perché le persone lì non si frequentano per le ragioni sopra descritte ma per una generica comunanza di interessi, il che non è un criterio sufficiente.

Di più. Nell’associazione le persone non si trovano assieme per la ricerca della fiducia reciproca (che consentirebbe loro di svolgere al meglio un’attività) . Ma, al contrario, svolgere un’attività va in secondo piano rispetto alla possibilità di assumere un qualche ruolo. Tanto che spesso, il raggiungimento di quest’ultimo obiettivo oblia quello che dovrebbe essere lo scopo principale dell’associazione stessa.

(continua)

Una (velata) critica all’associazionismo sportivo

Dalle mie parti, ci sono una miriade di associazioni costituite da un ridotto numero di associati; con un così esiguo numero di persone, è difficile giustificare il proliferare di tanti incarichi.

Eppure, le persone inevitabilmente finiscono con il presentarsi con il proprio ruolo – io sono il responsabile della scuola torrentismo, io sono il magazziniere – come se l’incarico fosse di per sè qualificante della persona. E non si raccontano invece per quello che hanno fatto, per la loro attività e per la loro storia.

Invece, le migliori persone che ho conosciuto, non si sono mai presentate per il loro ruolo (anche perché spesso non ne avevano, o se lo avevano, lo svolgevano silenziosamente) nell’associazione, ma per la loro attività.

Ci sono addirittura associazioni dove i ruoli superano il numero dei membri, nessuno è scontentato, e tutti possono fregiarsi di qualche appellativo.

Le presentazioni possono avvenire anche in forma non verbale: conoscevo un tizio che con 35 gradi all’ombra indossava la giacca di goretex del soccorso speleo, perché solo così poteva ostentare la targhetta del CNSAS, come fossero i galloni di un generale.

Spesso l’incarico viene visto come la patente per l’esercizio arbitrario di potere, con tutti i corollari, tra i quali la burocratizzazione: in un gruppo eravamo in quattro gatti, ed il magazziniere, fresco di nomina, pretendeva la richiesta firmata e controfirmata in triplice copia per il prelievo e la riconsegna del materiale. C’ è stato anche il caso del magazziniere (un’altra persona, ma dello stesso gruppo) che senza render conto a nessuno si è portato a casa sua tutto il materiale sociale ‘perché così lo poteva controllare meglio’, ma lì sfociamo nella patologia psichiatrica.

Un giorno Jean-Paul Sartre, seduto a un caffé di Parigi, chiese a un signore che stava in piedi davanti a lui: "Chi è lei e che vuole da me?". "lo sono il cameriere" rispose il signore. "No – proseguì Sartre – lei non è un cameriere, lei fa il cameriere. Non si confonda a questo proposito".
E’ il famoso esempio dell’Essere e Nulla del cameriere che non "è" un cameriere, ma è una persona nel ruolo di cameriere.

Quell’esempio è portato da Sartre per illustrare uno dei pilastri del suo discorso, la evanescenza degli esseri umani, e la insopportabile angoscia che da essa proviene.

Nessuno "è" nulla, dice Sartre, nessuno "è" cameriere, nessuno "è" professore, o industriale, o divo … tutti "giocano" un ruolo, e la ricerca di un fondamento sostanziale che dia alla propria vita una sicurezza di granito è per Sartre una delle origini del dominio, del fanatismo, della intolleranza, della "totalità".

Ci si aggrappa al proprio ruolo come se esso fosse un carattere distintivo e fondamentale della propria persona, come se esso costituisse il nostro "essere", la nostra natura più profonda.

Ci si nasconde dietro un ruolo perché spesso, tolto il ruolo, non si è niente, evanescenza.

Guai a disvelare tale illusione, ci attireremmo l’odio del nostro interlocutore che si sentirebbe defraudato nella propria natura.

L’evanescenza, tuttavia, se riconosciuta ed accettata, ci offre, secondo Sartre, molte chances, perché permette di impostare la propria vita sul sentire anziché sull’essere, permette di cambiare, di avere delle belle emozioni.

Per tale ragione la mia strada è da tempo lontana dalle associazioni, il torrentismo ha raggiunto oramai una maturità tecnica tale da permettere ad una manciata di persone di svolgere un’attività senza risentire della mancanza di una associazione dietro le spalle. Si rinuncia ad un ruolo, per quanto come sopra scritto possa valere, ma si vive l’attività con maggiore libertà e minori orpelli.

(continua)

Vallone dell’Inferno


Scrivevamo, insieme a Michele, la sera del 10 Agosto del 2005, dalla camera del nostro agriturismo lucano, in preda in parte alla stanchezza ed in parte ai fumi del vino:

"Un saluto da Andrea e Michele dal campo base dell’Aia Antica.
Piccola nota storica: lo sapevate che la ‘aia antica’ una volta si
chiamava ‘aia vecchia’?…


Oggi abbiamo fatto la conoscenza di un osso duro: il Vallone
dell’Inferno, tratto sorgentizio del fiume Bussento, sul monte
Cervati (SA).
E’ problematico già nell’avvicinamento (santo GPS).
Abbiamo iniziato la discesa a Varco la Peta dove il Bussento sorge
da una risorgente carsica, la risorgente garantisce uno scorrimento
costante al torrente, che non presenta segni di piene particolari.
Il percorso è inizialmente aperto, salvo una breve forra con salti e
pozze nuotabili, poi fanno la loro comparsa i padroni del torrente,
gli alberi crollati dalle pareti e spinti dal torrente nelle
posizioni più assurde, c’è ne una quantità incredibile tanto che la
progressione diventa una disarrampicata tra una successione
interminabile di dighe e marmitte invase dalle ramaglie.


Ogni tanto piccoli salti e scivoli sbarrano il cammino.
A metà percorso il torrente si inforra tra pareti via via più alte,
è il tratto più impressionante e remunerativo, anche se in generale
l’ambiente è incontaminato e selvaggio.
Le batterie del trapano di Michele hanno reso l’esplorazione ancora
più ‘stimolante’, abbandonandoci in piena forra.

(da notare, ossa di animale appoggiate sopra il masso incastrato)


A tre salti dalla fine c’è una possibile via di accesso intermedio
alla gola: da quel punto in poi abbiamo trovato due vecchi armi, un
chiodo a fessura ed una placchetta artigianale piallata dalle piene.
Abbiamo armato in tutto una dozzina di volte, ma quando possibile,
abbiamo concatenato più di un salto, utilizzando due corde da 50mt.
Il percorso è lungo 2.5 Km e presenta un dislivello di 300mt.
Verticale massima di 27mt
Domani è un altro giorno di esplorazione, vi racconteremo.
Saluti da
Andrea Pucci e Michele Angileri
dall’aia antica dove le galline sono vetere ed invece di fare cocodè
fanno cocodeus"

Fosso di Portella- Prova di Corda 2

Michele, essendo sceso per primo, mi ha appena allegato le foto che ha scattato oggi dalla base del cascatone, a Luca ed il sottoscritto, mentre scendevamo.


Le mie stesse foto, senza il riferimento umano, non danno la stessa impressione di maestosità dell’ambiente,


Luca ha avuto il battesimo delle nuove corde.


Dopo una prima incertezza nella partenza dell’armo … si è fatto coraggio ed ha preso il via


Il test del nodo di giunzione, come immaginavamo, è perfettamente riuscito.

In tre persone, abbiamo voluto scialare con il materiale, oltre l’attrezzatura d’armo, portavamo ben 280 metri di corda.

Prova di corda 1

Domani andiamo a provare la corda nuova (che ci siamo fatti costruire appositamente), c’è da provare la tenuta del nodo di giunzione, effettueremo un galleggiante e assicureremo i due capi facendo due asole e bloccandole in un moschettone, per scongiurare l’eventuale (quanto improbabile) scorrimento della corda nel nodo.

La nostra palestra sarà la cascata da 90m del Fosso della Portella.

E’ una prova preliminare per le applicazioni pratiche che abbiamo in programma (ne parlerò in seguito) per la primavera 2008, e che programma!!!!

La Portella ci aveva già visto in azione l’anno scorso, allorquando sul medesimo cascatone provammo il passaggio del nodo di giunzione, posizionato a metà discesa.