Fosso dei Caprini

Ieri con Michele intendevamo chiudere il discorso con il Fosso del Molinaro, sul versante laziale della Laga; dopo aver sceso Iaccio Piano e Iaccio Porcelli, ci mancava il terzo affluente del Molinaro, il Fosso dei Caprini.

Il Fosso dei Caprini ce lo siamo tenuti per ultimo poiché era il meno promettente (dal punto di vista torrentistico) dei tre, e difatti la realtà non ha purtroppo sopravanzato le nostre aspettative.

In ogni caso l’ambiente è notevole, la vegetazione si presenta già nel pieno dei colori autunnali, con tutte le varazioni cromatiche (dal giallo, al rosso, al viola).

Le cime attorno a noi, Pizzo di Sevo, Cima Lepri, il Gorzano, sono macchiate di neve, ed il terreno è ancora inumidito dalle pioggie della settimana scorsa, testimonianza che il tempo e le temperature sono state qui ben diverse da oggi. Oggi, infatti, nella discesa sudiamo nonostante il nostro vestiario sia leggero.

Il canalone nel quale scendiamo è un ricettacolo di valanghe, ne sono prova i residui di erba, tronchi e sassi trascinati dentro.

pietrone con fossili

Salto massimo 35 metri, scorrimento solo nell’ultimo tratto, confluenza con gli Iacci, poco a monte della briglia. A mio avviso non merita una ripetizione.

Fosso dei Carbonari

Abbiamo risalito ieri i 600mt della spalla sx del Fosso dei Carbonari, sul versante laziale della Laga, sotto un sole estivo.

Siamo arrivati agonizzanti all’attacco del fosso, anche l’acqua di scioglimento dei nevai sembra tiepida tanto la gionata è torrida, abbiamo preferito lasciare la muta dentro lo zaino e scendere con il vestiario normale, per trovare un pò più di refrigerio.

Il fosso è conosciuto ed è stato risalito lateralmente aggirando le cascate, in più punti dovendosene allontanare decisamente, ma nessuno lo ha prima di ora sceso in tecnica torrentistica seguendone il corso.

La continuità delle cascate è impressionante, a parte un tratto in cui ne abbiamo sceso in libera un paio, la norma è rilanciare la doppia direttamente dal punto dove ci si è precedentemente calati, senza quasi la necessità di avanzare di un metro.

Terminata la scarsa riserva idrica, ci approvvigioniamo direttamente dal torrente, ma l’acqua di scioglimento è talmente povera di sali minerali che bevo senza dissetarmi.

Le calate sono tante, i tiri da 50 metri si sprecano, arriviamo al punto di uscita alle 20:15, ma abbiamo un’altra ora e mezza di sentiero prima di giungere all’auto. Ci scordiamo la partita dell’Italia.

Più la giornata passa, più aumenta la portata, il sole fa il suo effetto sui nevai in quota.

Arrivo a casa a mezzanotte, trovo moglie e bimbi che dormono come angioletti: è arrivato finalmente il momento di potersi coricare.

Itinerari torrentistici sulla Laga

Di seguito la carta dei Monti della Laga con gli itinerari torrentistici:
Visualizzazione ingrandita della mappa

Cliccando sugli itinerari ne verrà visualizzato il nome.

In azzurro, gli itinerari classici: Fosso di Selvagrande (Marantonio, Piccini, Vianelli, 1986), Fosso di Ciufficolle (Antonini, Grillantini, Santinelli, Bisci, Romani, Cavallari, Schembri, 2000), Cascate di Ortanza (Antonini, Santinelli, 1998).

In verde, gli itinerari riscoperti. Cioè la cui discesa non era stata documentata dagli apritori, e quindi rimasti sconosciuti in ambito torrentistico, fino alla nostra divulgazione: Fosso di Valle Conca, Fosso di Malopasso.

In rosso, le prime discese torrentistiche da noi realizzate: Iaccio Piano, Iaccio Porcelli, Cascata delle Scalette, Fosso del Molinaro, Fosso della Solagna, Fosso di Malopasso ramo dx, … e l'ultimo, fresco fresco di discesa, Fosso dei Carbonari.

Fosso della Solagna

Il 19 novembre 2006 Michele Angileri, Matteo Santoprete ed il sottoscritto, hanno aperto in tecnica torrentistica il Fosso della Solagna, canalone che si getta nel fosso di Selvagrande.

Quella mattina, lasciamo la macchina al Sacro Cuore e ci avviamo lungo il sentiero per monte Gorzano.
Giunti alla spalla di Colle del Vento, Michele fa: ‘ho dimenticato le frontali elettriche in macchina‘ ed io : ‘ce ne ho una io, in emergenza usciamo con quella. Ma senz’altro non servirà, abbiamo parecchie ore di luce prima del tramonto.‘ E Michele: ‘prendiamole ugualmente, non si sa mai‘.
Matteo ed io, scaricati gli zaini, ci facciamo di corsa il sentiero fino alla macchina e prendiamo le due frontali mancanti.

Mai precauzione del genere è stata così importante, e lo vedremo dopo.


Prendiamo la traccia che dallo Stazzo di Mezzo taglia in quota la dx orografica di Selvagrande, in direzione dello stazzo Solagna, ci permette di intercettare il greto del fosso della Solagna a quota 1900mt, la traccia spesso si perde, ma ci manteniamo tra gli strati, spesso passa esposta tra sfasciumi instabili, mammamia che schifo.

Più tardi, dentro, scopriamo sulla nostra pelle che il discensore ad otto (che in quell’occasione aveva Matteo, ma non è colpa sua, perché lo scopriamo solo in questa occasione), a differenza del piranha che abbiamo sempre usato, sulle particolari corde che usiamo, tende ad arricciare la corda. Il fenomeno ovviamente si amplifica sulle maggiori verticali, lì gli arricciamenti possono fare accavallare le due metà, soprattutto in fase di recupero, e se la corda tocca parecchio ed in più punti, può bloccarsi.


Ed è esattamente quello che è successo sulla massima verticale che abbiamo incontrato, in fase di recupero la corda si blocca.

Fortunatamente il salto non era completamente verticale, la parte finale era su enormi clasti appoggiati, risalendo terrazzava ed il torrente scavando permetteva di risalire in opposizione le verticali tra una cengia e l’altra, ovviamente risalendo dovevo tener conto 1. di non poter fare affidamento sulla corda che poteva cedere proprio mentre la caricavo del mio peso, 2. che in discesa avrei dovuto disarrampicare in libera, 3. che per risparmiare sui pesi avevo scelto di non portarmi il sopra della muta, e quindi, risalendo la corrente d’acqua, mi stavo inzuppando i vestiti.

Non ho mai avuto grandi abilità arrampicatorie, d’altra parte mi dispiaceva per la corda, per cui ogni metro guadagnato in salita significava un pezzo in più di corda che riuscivamo a salvare, per cui lì dove reputai di aver raggiunto il giusto compromesso tra lo scendere in relativa sicurezza e lunghezza di corda salvata (più o meno a trentacinque metri di altezza), lì tagliai.

Ovviamente questa operazione ci fece perdere del tempo e da lì a poco iniziò ad imbrunire, ma mancavano ancora delle calate, ed infine ci sorprese la notte, più o meno alle 20:00 arrivammo alla cascata delle Barche.


Con il sopraggiungere della notte calò anche la temperatura, ricordo che sopra indossavo una semplice magliettina a carne di capilene, la giacca fradicia era inutilizzabile, e la riposi nella sacca, misi in atto tutte le possibili tecniche di autocontrollo per disattivare i miei neuroni recettori del freddo e mi incolonnai dietro i fidi compagni che nel frattempo si aprivano la strada nel bosco.

Illuminandoci con le benedette elettriche, alle 21:15 eravamo alla macchina e poi alla Fattoria di Sommati dove il locandiere ci rimpinzò a dovere.

Fosso di Malopasso

Il 2 Sett 2007, Michele Angileri ed il sottoscritto, abbiamo aperto il ramo dx del Fosso di Malopasso, sui monti della Laga.

Per l’esattezza, il salto della confluenza con il ramo sn era già armato, essendo raggiungibile dal ramo sn tramite traccia.

Abbiamo scesi più salti, anche concatenati, necessarie 2 corde da 65mt.

Dopo la confluenza, a due anni di distanza, abbiamo ritrovato i rottami di un ultraleggero inglese, in condizioni ben peggiori rispetto alla prima volta.

Allego un ricordo di Michele:

Ricordi

All’epoca della nostra prima discesa (13 novembre 2005) il Fosso Malopasso era praticamente sconosciuto in ambito torrentistico, sebbene abbondantemente chiodato a fix, evidentemente posizionati nel corso di almeno due diverse discese. Una gola conosciuta da pochi. Della sua esistenza non si trovavano tracce sul web, né alcuno sembrava averne mai sentito parlare.
Strano destino quello dei torrenti della Laga … frequentati da alpinisti, escursionisti e torrentisti ma ancora oggi in parte sconosciuti perfino agli "addetti ai lavori" …

La prima volta che scendemmo il Malopasso fummo fortunati. Quell’autunno aveva già piovuto abbondantemente e così le cascate erano in ottima forma, perfino impressionanti. Ma come spesso accade sulla Laga il pericolo non cresce più di tanto con l’abbondanza di acqua nelle cascate. Così ci si può divertire a farsi schiaffeggiare amichevolmente dagli spruzzi che arrivano un po’ da ogni direzione. Le foto vengono molto bene, anche perchè il torrente non è mai inforrato o buio. Quella volta però non portai la macchina fotografica perché gli zaini pesavano già troppo e la salita che ci attendeva era lunga e faticosa.

Due anni dopo la macchina fotografica c’era ma eravamo nella stagione sbagliata, alla fine di quello che probabilmente fu l’anno più secco dell’ultimo secolo. Il terreno era polveroso, le sorgenti asciutte. Nelle cascate scorreva un misero filo d’acqua e quella discesa fu assai meno affascinante della prima.

Il Malopasso visto da Stazzo Fucile:

Due new entry: Iaccio Piano e Iaccio Porcelli

Eccole finalmente le due nuove sorelline, una (Iaccio Piano) tutta caruccia, tirata a nuovo. La seconda (Iaccio Porcelli) un pò più bruttarella, ma molto simpatica. Le accogliamo ugualmente entrambe in famiglia con grande affetto.

Stiamo parlando di due affluenti del fosso del Molinaro che scendono dalla forcella tra Pizzo di Sevo e Cima Lepri, l’una, e da Cima Lepri (lo stesso della Cascata delle Scalette), l’altra, versante laziale della Laga, e nonostante attraversino i medesimi strati geologici a poche centinaia di metri (divise dalla spalla del Cavallo di Voceto), hanno un aspetto differente; continuità di salti e grandi verticali l’una, discontinuità nei salti e verticali medie l’altra.

Ed a pensare che la seconda, ammiccandoci, ci aveva fatto sperare in una overdose adrenalinica, tanto che l’avevamo lasciata per seconda (Iaccio Porcelli, scesa il 14 Ottobre 2007; Iaccio Piano, il 16 Settembre 2007) proprio perché ci trovasse più riscaldati.

Ma, mentre la sorella maggiore è decisamente un gioiello di forra, la minore è meno dotata di quanto lasciasse intravedere, ed, all’appuntamento, nonostante ci fossimo presentati con le migliori intenzioni (140 metri di corde), e ci preparassimo psicologicamente all’eventualità di un recupero allongiati (rido solo al pensiero), ci ha lasciati con la bocca leggermente amara, soprattutto perché lì dove sembrava saltasse (cioè dove incontrava i medesimi strati della sorella), si produceva in gradoni disarrampicabili.

Stiamo pur sempre parlando di due bestioline da 600 metri di dislivello, l’una con salto max da 60, la seconda da 35-40; e, forse, siamo noi (Michele Angileri ed il sottoscritto) diventati un pò troppo pretenziosi e difficili.

Due foto prese da internet dello Iaccio Piano:


Cascata delle Scalette

L’ 8 settembre 2007, il sottoscritto e Michele Angileri hanno effettuato la prima discesa in corda di una delle più celebri cascate dei Monti della Laga: la Cascata delle Scalette. Essa precipita per 350 di dislivello con una successione di gradoni di arenaria (altezza max. 40 m). Alcuni gradoni sono aggirabili sul lato destro idrografico, scendendo su ripidi pendii erbosi esposti. Noi abbiamo utilizzato quasi sempre la corda, concatenando più gradoni in un unico tiro.

Particolarissimi (forse unici!) e molto affascinanti la cascata e il paesaggio circostante.

Una scheda della discesa su http://www.micheleangileri.com/cgi-bin/schedap.cgi?scalette

Purtroppo per economizzare sui pesi, non abbiamo portato la macchina fotografica.
L’avvicinamento non è stato esattamente una passeggiata, tanto che, arrivati all’attacco delle Cascate, ci siamo sentiti praticamente fuori.

Tre note: durante la discesa abbiamo attraversato uno strato di fossili, che attraversava da parte a parte le cascate, veramente notevole.

E poi, nella seconda parte la roccia cambiava in marna (c’erano strati fratturati pensili), cosicchè per mettere in sicurezza la nostra discesa abbiamo dovuto fare qualche piccola operazione di disgaggio o trovare linee di discesa più pulite.

Infine, in mancanza di una fotografia, una descrizione dell’ambiente: sulla vetta alla testata del vallone, cima Lepre, c’era ancora striscie di neve, residuo delle nevicate dei giorni passati, che insieme ai colori già
autunnali della vegetazione boschiva a valle, gli strati rocciosi orizzontali che ci facevano da contorno, la verticalità dell’ambiente, la vista sulla piana di Amatrice, il cielo terso nel mattino e poi via via più
nuvoloso nel pomeriggio, con nuvole così basse che noi eravamo più vicini a loro che alla terra, le folate fredde che si incanalavano nel vallone in contrasto con il sole caldo, dove il sopravvento lo prendevano prima le une poi l’altro, l’acqua fresca che scendeva tranquilla, senza mai infastidirci, creando le sue traiettorie e giocando con le roccie e con la gravità, scorrendo a volte a patina, come un velluto sulla roccia, a volte concentrata in cascatelle, l’arenaria compatta e levigata, aderente alle suole delle nostre pedule, tutto ciò ci riempiva nella discesa, e mentre scendevamo sulla corda doppia tutti i nostri sensi erano inebriati da queste sensazioni, e forse a volte chiudevamo gli occhi per assaporarle e fissarle meglio, o forse al contrario perchè eccessivamente inebriati cercavamo in tal modo di attenuarle.

Per la tua curiosità, due foto delle cascate trovate su internet:



Purtroppo entrambe riprese dal basso, per cui non si ha granchè idea.