Per Massimo

L’argomento di oggi uscirà fuori dai canoni di questo blog, non verterà su di una uscita in montagna, ma sulla perdita di un amico.

Domenica scorsa Massimo e Roberto hanno avuto un tragico incidente con un deltaplano a motore, nel quale ha perso la vita Massimo, mentre Roberto ha subito un forte trauma agli arti inferiori, e sta lottando per salvarli.

E’ la storia di un gioco finito tragicamente.

Non avendo la fede, nè essendo fatalista, non riesco ad appellarmi a qualcosa per giustificare un finale così tragico, vedo solo degli effetti abnormi, incommensurabili, rispetto alle cause che l’hanno scatenate. E non riesco a darmi pace.

Massimo era un folletto, eternamente giocoso, scherzoso, non prendeva niente sul serio. Se non fosse stato chiuso nella bara, avrebbe volteggiato sopra le due ali di folla che assistevano piangenti alla sua estrema unzione, e avrebbe schernito il suo stesso funerale, buttato lì qualche apprezzamento pesante a qualche pulzella ben dotata, e poi volato su per il campanile per sbucare sopra il cielo del paese, interessato al passaggio di qualche stormo e poi subito dopo alla tecnica con cui una massaia batteva i tappeti su di una terrazza.

Massimo era fatto così, odiarlo era impossibile.

Il giorno della befana, quando con Roberto mi apprestavo ad attrezzare la calata dalla torre dell’orologio del paese, ecco che improvvisamente si presenta Massimo. Quel poco di buono si era arrampicato fuori della finestra della mansarda, fin sopra il tetto, camminando sui cotti che si staccavano al solo guardarli, senza un imbraco, con indosso neanche qualcosa di simile che potesse avvicinarsi ad un imbraco, che potesse aiutarlo ad assicurarsi alle corde fisse. Così si presentò ai nostri occhi, così, in giacca e jeans, ma con un sorriso a quarantotto denti e due parolacce che finirono di staccare gli ultimi frammenti di intonaco dall’orologio.

Ma Massimo era fatto così, amava la vita tanto da volersene riempire i polmoni dall’alto di una torre, a costo di perdercela.

Ma la vita ce l’ha persa realmente, non per scherzo, seppur giocando in mezzo al cielo, disegnando linee di fumo, come quando da bambini disegnamo le scie degli aerei, e sognamo di diventare da grandi dei piloti.

Lui quel sogno almeno lo ha realizzato.

Su quell’aereo avrei dovuto salirci io, ma quando sono andato all’aerodromo, Roberto non aveva terminato di fare il rodaggio al motore nuovo, il volo sarebbe stato rimandato al giorno dopo, su quel volo ci salirà Massimo.

Disgraziato, mi hai fregato fino alla fine.

Quattro giorni in Sardegna

Rientrato da quattro giorni di wilderness in Sardegna, più che il bottino di nuove forre messo a segno (nel numero di tre, ma potevano benissimo diventare quattro, se non ci si fosse messo in mezzo un piccolo contrattempo), pesano le sensazioni di una terra che ti colpisce per la sua unicità.

Oltre ad essere un grandioso monumento geologico, il supramonte di Oliena e quello di Baunei, ti colpiscono per il loro isolamento.


Gli antichi tracciati dei boscaioli, aperti nei primi del novecento, testimonianza di un’attività umana, e di un’economia che per poco tempo ha girato (come testimoniano le rovine di una dispensa per boscaioli, sperduta in mezzo ai monti), sono oramai tracciati quasi chiusi e semi-nascosti, battuti oramai solo da pochi escursionisti, mossi dall’intenzione di riscoprire quella testimonianza del passato (escursionisti a dire il vero così rari da trovare che, per la cronaca, in quattro giorni non ce ne siamo imbattuti neanche in uno).

Gli accessi alle forre sono difficili e lunghi, le navette a volte impossibili, richiedono lunghe ore per uscire dai rovi e dalla macchia mediterranea.

La difficoltà negli accessi è la spiegazione del perchè sia ancora oggi possibile scoprire tali tesori. Un motivo in più per ringraziare questa terra che si fa disvelare ai nostri occhi; nonostante noi siamo stranieri (non completamente, dal momento che un componente del gruppo era sardo) e profani (seppur non eretici).

Questa terra, seppur aspra, evidentemente ci ha accettato benevolmente.