Una (velata) critica all’associazionismo sportivo

Dalle mie parti, ci sono una miriade di associazioni costituite da un ridotto numero di associati; con un così esiguo numero di persone, è difficile giustificare il proliferare di tanti incarichi.

Eppure, le persone inevitabilmente finiscono con il presentarsi con il proprio ruolo – io sono il responsabile della scuola torrentismo, io sono il magazziniere – come se l’incarico fosse di per sè qualificante della persona. E non si raccontano invece per quello che hanno fatto, per la loro attività e per la loro storia.

Invece, le migliori persone che ho conosciuto, non si sono mai presentate per il loro ruolo (anche perché spesso non ne avevano, o se lo avevano, lo svolgevano silenziosamente) nell’associazione, ma per la loro attività.

Ci sono addirittura associazioni dove i ruoli superano il numero dei membri, nessuno è scontentato, e tutti possono fregiarsi di qualche appellativo.

Le presentazioni possono avvenire anche in forma non verbale: conoscevo un tizio che con 35 gradi all’ombra indossava la giacca di goretex del soccorso speleo, perché solo così poteva ostentare la targhetta del CNSAS, come fossero i galloni di un generale.

Spesso l’incarico viene visto come la patente per l’esercizio arbitrario di potere, con tutti i corollari, tra i quali la burocratizzazione: in un gruppo eravamo in quattro gatti, ed il magazziniere, fresco di nomina, pretendeva la richiesta firmata e controfirmata in triplice copia per il prelievo e la riconsegna del materiale. C’ è stato anche il caso del magazziniere (un’altra persona, ma dello stesso gruppo) che senza render conto a nessuno si è portato a casa sua tutto il materiale sociale ‘perché così lo poteva controllare meglio’, ma lì sfociamo nella patologia psichiatrica.

Un giorno Jean-Paul Sartre, seduto a un caffé di Parigi, chiese a un signore che stava in piedi davanti a lui: "Chi è lei e che vuole da me?". "lo sono il cameriere" rispose il signore. "No – proseguì Sartre – lei non è un cameriere, lei fa il cameriere. Non si confonda a questo proposito".
E’ il famoso esempio dell’Essere e Nulla del cameriere che non "è" un cameriere, ma è una persona nel ruolo di cameriere.

Quell’esempio è portato da Sartre per illustrare uno dei pilastri del suo discorso, la evanescenza degli esseri umani, e la insopportabile angoscia che da essa proviene.

Nessuno "è" nulla, dice Sartre, nessuno "è" cameriere, nessuno "è" professore, o industriale, o divo … tutti "giocano" un ruolo, e la ricerca di un fondamento sostanziale che dia alla propria vita una sicurezza di granito è per Sartre una delle origini del dominio, del fanatismo, della intolleranza, della "totalità".

Ci si aggrappa al proprio ruolo come se esso fosse un carattere distintivo e fondamentale della propria persona, come se esso costituisse il nostro "essere", la nostra natura più profonda.

Ci si nasconde dietro un ruolo perché spesso, tolto il ruolo, non si è niente, evanescenza.

Guai a disvelare tale illusione, ci attireremmo l’odio del nostro interlocutore che si sentirebbe defraudato nella propria natura.

L’evanescenza, tuttavia, se riconosciuta ed accettata, ci offre, secondo Sartre, molte chances, perché permette di impostare la propria vita sul sentire anziché sull’essere, permette di cambiare, di avere delle belle emozioni.

Per tale ragione la mia strada è da tempo lontana dalle associazioni, il torrentismo ha raggiunto oramai una maturità tecnica tale da permettere ad una manciata di persone di svolgere un’attività senza risentire della mancanza di una associazione dietro le spalle. Si rinuncia ad un ruolo, per quanto come sopra scritto possa valere, ma si vive l’attività con maggiore libertà e minori orpelli.

(continua)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.