Fosso dei Carbonari

Abbiamo risalito ieri i 600mt della spalla sx del Fosso dei Carbonari, sul versante laziale della Laga, sotto un sole estivo.

Siamo arrivati agonizzanti all’attacco del fosso, anche l’acqua di scioglimento dei nevai sembra tiepida tanto la gionata è torrida, abbiamo preferito lasciare la muta dentro lo zaino e scendere con il vestiario normale, per trovare un pò più di refrigerio.

Il fosso è conosciuto ed è stato risalito lateralmente aggirando le cascate, in più punti dovendosene allontanare decisamente, ma nessuno lo ha prima di ora sceso in tecnica torrentistica seguendone il corso.

La continuità delle cascate è impressionante, a parte un tratto in cui ne abbiamo sceso in libera un paio, la norma è rilanciare la doppia direttamente dal punto dove ci si è precedentemente calati, senza quasi la necessità di avanzare di un metro.

Terminata la scarsa riserva idrica, ci approvvigioniamo direttamente dal torrente, ma l’acqua di scioglimento è talmente povera di sali minerali che bevo senza dissetarmi.

Le calate sono tante, i tiri da 50 metri si sprecano, arriviamo al punto di uscita alle 20:15, ma abbiamo un’altra ora e mezza di sentiero prima di giungere all’auto. Ci scordiamo la partita dell’Italia.

Più la giornata passa, più aumenta la portata, il sole fa il suo effetto sui nevai in quota.

Arrivo a casa a mezzanotte, trovo moglie e bimbi che dormono come angioletti: è arrivato finalmente il momento di potersi coricare.

Itinerari torrentistici sulla Laga

Di seguito la carta dei Monti della Laga con gli itinerari torrentistici:
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Cliccando sugli itinerari ne verrà visualizzato il nome.

In azzurro, gli itinerari classici: Fosso di Selvagrande (Marantonio, Piccini, Vianelli, 1986), Fosso di Ciufficolle (Antonini, Grillantini, Santinelli, Bisci, Romani, Cavallari, Schembri, 2000), Cascate di Ortanza (Antonini, Santinelli, 1998).

In verde, gli itinerari riscoperti. Cioè la cui discesa non era stata documentata dagli apritori, e quindi rimasti sconosciuti in ambito torrentistico, fino alla nostra divulgazione: Fosso di Valle Conca, Fosso di Malopasso.

In rosso, le prime discese torrentistiche da noi realizzate: Iaccio Piano, Iaccio Porcelli, Cascata delle Scalette, Fosso del Molinaro, Fosso della Solagna, Fosso di Malopasso ramo dx, … e l'ultimo, fresco fresco di discesa, Fosso dei Carbonari.

Fosso Pisciarello

Domenica, Michele ed il sottoscritto, siamo andati a ripetere un fosso aperto dal mitico Cicconi (colui che per intenderci ha aperto ad esempio la Valle dell’Inferno sul Gran Sasso) nel 2002 (http://it.groups.yahoo.com/group/torrentismo/message/1563 , Yahoo ID richiesta), il Fosso Pisciarello.


Il fosso confluisce nel Velino nella zona tra Sigillo ed Antrodoco, alla sua destra orografica, per intenderci un pò più a valle e sull’altro versante del Fosso di Portella.


Il fosso è discreto, armabile sempre su albero, fuorché per due calate, per le quali non ci siamo fidati del fix e della catena artigianale lasciati in loco dall’apritore, preferendo richiodare.


Il salto da 40mt sono in realtà tre salti concatenati.


Ambiente pregevole, escursione piacevole, ma niente di superlativo (anche se comprendo la tendenza alla sopravvalutazione da parte del suo esploratore).

Recupero di una corda

Con lo sfregamento e l’usura, mi sono accorto che una corda presenta, in un punto, segni di abrasione accentuata sulla calza esterna (l’anima è invece intatta).

Il passaggio continuo del discensore nel punto di abrasione comporta uno scompagnamento dei trefoli ed un’accelerazione dei tempi di degradazione.

In poche altre discese avrei dovuto tagliare la corda nel punto in questione.

Essendo una corda speciale (e costosa), mi piangeva il cuore (ed il portafoglio).

Ho preso quindi una colla specifica per PVC e plastiche morbide, un collante elastico; ed ho imbevuto i trefoli della corda, completando poi il giro, passandola anche sulla parte sana della calza, a formare un tubo di collante.

La calza esterna è in poliestere (e non di nylon, come sono costituite attualmente le più diffuse corde), nonostante il collante non sia per poliestere (anzi sull’etichetta é esplicitamente escluso il PE), la colla, impastata con i trefoli, ha fatto presa, come potete notare in foto:


Nelle prossime uscite potrò verificare la tenuta del collante al passaggio del discensore.

Il tubo di colla sembra mantenere le proprietà elastiche della corda, sia in trazione che in torzione, almeno da una prova a mano.

Presto farò la prova sul campo.

Bacu de Salumina

Michele ha messo online la scheda di Bacu de Salumina:

http://www.micheleangileri.com/cgi-bin/schedap.cgi?salumina

Vi invito ad acquistare la descrizione dettagliata, a fronte di informazioni per percorrere la forra, darete un minimo di contributo per i materiali impiegati per armare la stessa e dei quali voi stessi potrete in futuro usufruire.



Riu Flumini Uri

Come anticipatovi nel post di Martedì, passo a presentarvi la seconda apertura che Michele ed il sottoscritto abbiamo realizzato nella nostra trasferta sarda: Riu Flumini Uri.


Riu Flumini Uri è uno stupendo e placido canyon che si apre il passo alle spalle di San Vito di Villaputzu in un paesaggio selvaggio e completamente disabitato.


Il suo percorso è una continua serpentina, ogni curva cela una sorpresa di laghi e cascate.


Lo abbiamo sceso Lunedì 2 Giugno, dopo esserci attendati in zona per la notte.


Il termine ‘Uri’ può derivare dal verbo latino uro che significa bruciare, tormentare e martoriare, o derivare dal sostrato antico (afro iberico) ur, nel significato di acqua. La placidità del luogo ci fa propendere per la seconda ipotesi.






Il distretto minerario di Baccu Locci

Poichè le distanze fisiche e le altre attività (quali la famiglia, il lavoro), costringono spesso a spostamenti mordi e fuggi, cerchiamo di compendiare questa carenza con una attività di studio preliminare a tavolino ed una successiva integrazione delle conoscenze acquisite sul campo.

Ritengo difatti che la conoscenza del territorio nella quale si effettua l’attività esplorativa, oltre ad essere importante per il successo dell’attività stessa, lo sia come completamento della propria persona ed estensione delle proprie conoscenze.

Fin dalla giovane età ho avuto la fortuna di spostarmi e frequentare nuovi luoghi, poi, con il crescere, il mio interesse si è spostato dai luoghi umani e dai tessuti urbanistici ai luoghi naturali, ma la matrice comune, cioè l’interesse per nuove geografie, è rimasta sempre la stessa.

Ritengo anzi che molti problemi, dal razzismo alla xenofobia, se rimaniamo nel campo umano, dall'(anti)ecologismo ad un’economia delle risorse illimitate, se passiamo nel campo del naturale. Sono in realtà problemi nati perché la gente si sposta poco geograficamente e rimane culturalmente abbarbicata al proprio piccolo e provinciale vissuto quotidiano.

Perché basterebbe che la gente si muovesse un poco di più per accorgersi di quanto è bella la varietà umana e naturale, e di come è un non senso rimanere ancorato al proprio piccolo mondo.

Per quanto mi riguarda, ogni volta che ho scoperto un nuovo territorio, io stesso mi sono sentito accresciuto di un qualcosa di più, come se il territorio fosse venuto a far parte di me, di un me accresciuto ed allargato.
La sensazione è di un perdersi, un diluirsi, ma al contempo di un accrescersi, arricchirsi.

Veniamo dunque all’argomento del post: il distretto minerario di Baccu Locci.


La zona è sovrastata ad Ovest dalla Area Militare, che la predomina dall’altipiano del Salto di Quirra, ad accesso limitato, e che la isola ancora di più.

Di questo luogo colpisce il contrasto tra la bellezza naturale e la selvaggeria da una parte, e lo sfruttamento scellerato del sottosuolo per estrarne piombo ed arsenico portato avanti fino al 1965, di cui ancora oggi ne paghiamo le conseguenze ( qui un’analisi geochimica delle acque, qui un’altra), dall’altro.

L’assurdità di tale sfruttamento è dato dal fatto che è stato realizzato a beneficio di una redditività economica pressochè nulla, ed al prezzo di un inquinamento ambientale e condizioni di vita e di lavoro dei minatori ai limiti della schiavitù (non esisteva ad esempio un sistema di condizionamento che impedisse loro di inalare le polveri tossiche, il percolato non veniva filtrato ma lasciato defluire a fiume), ed anche oggi è possibile vedere le baracche nelle quali vivevano.

Qui potete trovare una descrizione e la storia delle miniere.

Qui la mappa della zona con le forre (Baccu Locci e Baccu Dilone) che abbiamo aperto:


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Senza parole

Preciso come un orologio svizzero sono qui ad aggiornarvi sulle novità che vi ho anticipato due post fa.

Domenica e Lunedì Michele ed il sottoscritto abbiamo fatto una toccata e fuga in Sardegna, risultato: due nuove forre aperte; una terza forra, perlustrata ma scartata.

Come risultato non c’è che dire, mi costerà una settimana di recupero dalla stanchezza fisica, ma mentalmente sono fresco ed appagato come una rosa.

Ora posso dare un nome alla foto che avevo postato. Si tratta del ramo sorgentizio di Baccu Locci, sul quale più a valle affluisce Baccu Dilone (vedi post http://andreapucci.satellitar.it/?p=41 ).

Lo abbiamo sceso Domenica 1 Giugno, l’accesso è mediante un sentiero di capre che lambisce la zona militare del Salto di Quirra, e che attraversa degli affluenti minori, fino a portarti sul greto.

Il caratteristico strato di roccie che taglia tutta la parte alta della vallata, in alcuni punti le pareti sono tetti strapiombanti, in altri vi sono costruiti ovili.


Il colore della roccia è particolare, sono roccie metamorfiche ricche di metalli pesanti.
 

La giornata è stata relativamente torrida, ogni volta che abbiamo potuto, ci siamo rinfrescati nelle fresche pozze.

Scendendo abbiamo intercettato in corrispondenza di una pozza d’acqua una capra che aveva l’intenzione di abbeverarsi, infastidita dalla nostra presenza ha iniziato a soffiare ed a sputare all’aria, nonostante i nostri ammiccamenti e tentativi di farcela amica, si è allontanata impermalosita: giustamente questo è il suo regno.



Dulcis in fundo, ci siamo fatti a nuoto i 250 metri di lago artificiale, con il quale termina il tratto torrentistico del rio, lago realizzato con molta probabilità per lavare i metalli pesanti del distretto minerario, in mezzo al canneto ed alle alghe.
Mentre nuotavamo, con le alghe che ci si attorcigliavano agli arti, scherzavamo che da dietro alle canne, da un momento all’altro, sarebbe uscito il famoso ‘alligatore sardo’.


Attenzione a non bere l’acqua del torrente, dalla zona di percolamento delle miniere, in essa è contenuto: antimonio, arsenico, cadmio, cobalto, cromo, ferro, manganese, nichel, piombo, rame, tallio, uranio e zinco (vedi Geochimica delle acque naturali). Un bel coctail.


Presto inserirò le foto del secondo rio.