Rottura della Corda

Dopo essere già stati in zona a fine Ottobre, dalle parti di Acquapendente, sull’altopiano dell’Alfina, per scendere un torrente che si getta dal bordo del plateau basaltico, il fosso dell’Acquilonaccio.

Michele ed io, dicevo, torniamo nuovamente da queste parti, vicino alle tombe etrusche di Hescanas (Orvieto), per scendere stavolta la Cascata del Montacchione.

E’ domenica 21 febbraio 2016, e come al solito prepariamo gli zaini, portando con noi le corde ultrasottili che usiamo da anni, le 6 millimetri con anima in Vectran e calza in Kevlar.

La 100m è la mia, la 60m è di Michele. Le corde saranno sovrabbondanti per la cascata che risulterà poi di una quarantina di metri.

La cascata precipita giù da una parete basaltica, arrivati sul ciglio della cascata scopriamo che è già stata scesa, c’è un cordino praticamente nuovo attorno ad un grosso albero.

Decidiamo in ogni caso di non armare da là, preferendo un albero arretrato sulla sinistra idrografica.

Armo e scendo io per primo.

Come potete notare in foto, la corda è sulla destra della cascata.

Ora è il turno di Michele, che inizia a scendere.

Come potete notare nella seguente foto, l’albero grosso al centro è quello dove abbiamo trovato il cordino. L’albero arretrato a destra è quello di cui si intravedono i rami.

La corda passa attorno all’albero e poi va giù libera per alcuni metri, poi tocca una fascia di basalto, quindi prosegue libera per arrivare al ciglio dove curva sulla roccia, il punto di maggiore sollecitazione è ovviamente questo secondo.

Nel seguente video sto riprendendo Michele, il video si interrompe un attimo prima che si rompa la corda.

Nel momento che si rompe, Michele è esattamente all’altezza della fascia di blocchi di basalto più grossi.

La seguente foto è scattata nel momento in cui Michele è in caduta libera (notate che la cinghia dello zaino va verso l’alto): la corda grigia è  in tiro, mentre la verde è lasca.

Nel momento in cui me lo vedo cadere davanti agli occhi, mollo la macchinetta fotografica e corro verso di lui, temendo che non si rialzi più, ho il cuore che schizza a 10.000 e mi sento di collassare: urlo a Michele emettendo un rantolo soffocato.

La caduta è stata alta, ma lui si rialza dalla pozza e valuta da subito se ha riportato lesioni, è dolorante ma miracolosamente illeso.

Michele è rimasto miracolosamente illeso, durante la caduta (di circa 10 metri)  non ha sbattuto contro rocce, ha mantenuto un assetto perfettamente verticale (probabilmente anche aiutato dalla corda grigia che è rimasta in leggera tensione) ed è atterrato nella pozza bassa con fondo sabbioso. Se fosse atterrato su qualche masso non sarebbe andata a finire allo stesso modo. Si è insaccato nella pozza attutendo la caduta prima con le ginocchia e poi con il sedere sbattendo dolorosamente il coccige.

La corda che si rompe è la verde, vicino al nodo, nel punto in cui struscia la prima fascia di basalto, non quindi sul ciglio della cascata.

Mentre la corda verde non è frenata da niente, la corda grigia è passante attorno all’albero, e quindi l’attrito della calza sulla corteccia oppone quel minimo di resistenza alla caduta, e permette a Michele di mantenere un assetto verticale.

Dall’immagine si vede chiaramente che la corda ha ceduto dall’interno, quindi la curvatura sulla roccia ha solo contribuito ad abbassare il carico di rottura ma non è stato il motivo scatenante. La corda ha ceduto internamente, dall’anima, si vedono i trefoli bianchi sfilacciati, e poi ha strappato la calza verde esterna.

 

 

Terza traversata a nuoto del Lago di Fiastra

Era da un anno che la stavo preparando, rimandata più di una volta. Poi le previsioni meteo davano un giorno intero di sole oggi, ad un mese dall’ultimo allenamento, quindi parto dal mare per venire su qui in montagna. Un mese è tanto, già ho un calo di prestazioni dopo una settimana, figuriamoci dopo un mese. Ma tant’è: od ora o il prossimo anno. Il rischio di fallimento comunque c’è. Inoltre fino all’ultimo non sono sicuro di avere una canoa di appoggio, la canoa che ti rema accanto è un enorme conforto psicologico, non averla significa tanto. L’anno scorso ad esempio rinunciai proprio perché venne meno. Questa volta decido di tentarla a prescindere; in fondo, mi autoconvinco, il lago è stretto e lungo, quindi avrei comunque un tratto di costa abbastanza vicino in caso di rinuncia o necessità.

Ho in programma di entrare in acqua alle 10:00. A mezzogiorno, per via del riscaldamento delle pareti, si innesca una termica che crea una forte corrente dall’emissario in direzione della diga, e che aumenta nei punti di maggior restringimento, in particolare tra il balzo della Rufella ed il piccolo promontorio di fronte agli ‘scogli’, in assoluto il punto più stretto di tutto il lago.

Una volta mi sorprese proprio durante l’attraversamento di quel tratto, e mi trovai in serie difficoltà.

Lasciato il cambio nel punto di arrivo, la spiaggetta di San Lorenzo al Lago, prendo a percorrere il sentiero in direzione della diga, dopo 40 minuti sono nel punto di partenza, il ponticello semisommerso in corrispondenza delle pisciarelle.

L’acqua ha una temperatura accettabile, per cui decido di indossare solo il mutino da windsurf, rinunciando alla giacca d’acqua, per agevolare maggiormente i movimenti.

Nascondo il vestiario tra le rocce e mi immergo, decido di partire con un ritmo calmo, per darmi modo di riscaldare le braccia, e non stancarmi subito, alterno brevi tratti a rana allo stile. L’acqua è già un pò più increspata rispetto a come appariva dal sentiero, e verso la fine aumenterà ancora un pò di più, con una corrente leggermente favorevole.

Dopo un chilometro, a venti minuti dalla partenza, sono davanti al campeggio, mi entra l’acqua negli occhialetti ed ho una visibilità molto limitata, più volte sono costretto a mettermi a dorso per sistemarli. Fortunatamente oggi ci sono pochi pescatori, per cui riesco a lambire il più possibile la costa.

Dopo tre chilometri ed un ora esatta sono al punto previsto di arrivo, la spiaggetta di San Lorenzo al Lago, ma mi sento ancora in forze e decido di proseguire per altri 500 metri fino alla seconda spiaggetta dopo il ponte (1 ora e 10 minuti), e poi ancora fino al termine del lago, in corrispondenza dell’immissario (4 chilometri, 1 ora e 24 minuti).

(Tentata) traversata del Conero

Oggi (ieri per chi legge) ho in programma di effettuare la traversata della Costiera del Conero, ma le previsioni non sono buone, il meteo dà onde alte fino a 50 cm e pioggerella a partire dalla mezza. Arriviamo a Portonovo e già la situazione non appare buona, il vento spira da nord creando bavette sul mare, sarà forza 3, ed il mare ha parecchia risacca.

Iniziamo a percorrere a piedi la costiera verso sud, la costa gira verso est, e la situazione pare migliorare, il vento da nord viene parzialmente schermato, se il mare è così si può fare. Proseguiamo ancora a piedi fino a raggiungere il primo tratto invalicabile a piedi, il muro nord della spiaggia dei Forni, a quel punto per proseguire devo iniziare a nuotare. 

Pierluigi mi indica un punto, a meno di un chilometro di distanza, verso il quale dovrei nuotare per superare anche il secondo invalicabile, è una immensa frana tra le pareti strapiombanti del Conero. Ho parecchi dubbi sulla riuscita, il mare ha parecchio moto ondoso e sbavetta anche a largo, ma soprattutto la corrente spinge verso sud, cioè verso la scogliera.

Ciò comporta di non poter nuotare sottocosta per il rischio di venire spinti verso le rocce, ma di dovermi allontanare a largo. Mi allontano perciò a nuoto 200/300 metri dalla costa per poter valutare meglio se l’arrivo ha un approdo comodo su spiaggia o è costituito da rocce e scogli, ma il punto è lontano, e difficilmente valutabile, per via del moto ondoso che copre la visuale, ma soprattutto il problema maggiore è la corrente che spinge forte, verso le rocce, tanto da non poter controllare il punto di approdo.

Decido che non vale la pena rischiare, che la traversata deve essere un’esperienza piacevole e non un patema d’animo e perciò desisto e ritorno a riva. Mezz’ora dopo, ripercorrendo a ritroso la costa, notiamo che la corrente marina tende a diminuire, la termica di cui ci parlava un canoista è veramente arrivata, ne faremo tesoro per il prossimo tentativo.

Appunti di Torrentismo

Sono stati appena pubblicati degli appunti su una sana attività all’aria aperta che si chiama torrentismo. Ringrazio gli autori: Emanuele Abbazia, Donato Brienza, Marco Damiani, Edoardo Malatesta, Stefano Siloni, oltre al sottoscritto.

Cliccando sulla copertina qui sotto è possibile accedere gratuitamente all’intero contenuto dell’opera. Il libro è fruibile online, ma non scaricabile.

copertina

Traversata a nuoto del Lago di Fiastra – due anni dopo

Due anni fa coprii a nuoto i 3,5km di lunghezza del Lago di Fiastra con il solo (ma non da poco) ausilio di pinne da snorkeling; senza di esse, all’epoca, non sarei riuscito nella traversata.

Dopo averlo realizzato, il nuovo obiettivo divenne invece quello di coprire il tratto a nuoto senza proprio alcun ausilio esterno, se non le proprie braccia, gambe, fiato e resistenza muscolare.

L’unico ausilio che rimane, se la vogliamo dire proprio tutta, è il mutino da 1mm da windsurf (e sotto, una maglia d’acqua), che copre il busto, per via della temperatura dell’acqua ed evitare la conseguente eccessiva dispersione termica.

Non ero ancora sicuro di essere pronto quest’anno per il nuovo obiettivo, ed infatti la mattina del 10 agosto, mentre mi avviavo al lago, nel punto di partenza prefissato con i miei paladini, mi prefiguravo con maggiore probabilità punti di approdo alternativi e più vicini, stabilendo che avrei deciso solo sul momento se proseguire o fermarmi prima, in base alla mia condizione fisica.

Giunto da terra al punto di partenza, convengono via acqua, due soci del gruppo canoe Fiegni, Paolo Chellini e Sandro Leoni, che mi seguiranno in canoa per tutta la traversata, fungendo da supporto in caso di necessità.

A loro non avevo espresso l’obiettivo più ambizioso di arrivare fino alla fine, cioè fino alla spiaggetta di San Lorenzo al Lago, sia per scaramanzia sia perché ritenevo meno probabile di riuscirci; per cui, quando raggiungo senza fermarmi e supero la spiaggia del campeggio di Fiegni, ad un 1Km circa dalla partenza, realizzano (se ce ne fosse stato bisogno) di non avere a che fare con una persona neurologicamente a posto di mente.

Superare il campeggio è il momento psicologicamente più stressante, perché corrisponde all’abbinamento del primo crollo fisico con la percezione visiva di quanto ancora manca all’arrivo, perché superato il punto più stretto, si apre la visuale ad una distesa d’acqua senza fine.

Inoltre poiché le due rive si allontanano, vengono a mancare i riferimenti (rocce e piante) sulle rive, che danno la percezione del proprio avanzamento, per cui si ha l’impressione di dare bracciate a vuoto, impantanandosi al centro del lago.

Verso la fine si apre improvvisamente (e con un certo sollievo) la visuale sulla spiaggia di San Lorenzo al Lago, sembra vicina – ed infatti per un attimo mi balena anche la velleità di proseguire oltre, fino al ponte stradale, idea fortunatamente un attimo dopo rimossa – ma in realtà non lo è: le persone sono ancora molto piccole e densamente concentrate l’una sull’altra.

Dopo un’ora e poco più dalla partenza, approdo alla spiaggetta, ho coperto i 3km di lunghezza. Sono con il fiato a posto, i muscoli un poco indolenziti, ma felice come una pasqua: quale sarà ora il nuovo obiettivo?

 

Visualizza Lago di Fiastra 2 in una mappa di dimensioni maggiori

Nuova traversata speleo-torrentistica Is Angurtidorgius – Riu Tùvulu

Da mesi con Michele pianificavamo di realizzare una traversata speleo-torrentistica in Sardegna, una sorta di nuova Donini.

Eravamo stati (con Guido e Betty) proprio per questo una prima volta (nell'aprile del 2010) a fare un sopralluogo ad Is Angurtigorgius, l'inghiottitoio sopra l'altopiano di Quirra, proprio all'interno del poligono militare di Perdasdefogu, sfruttando le ultime ore rimaste prima della partenza del traghetto per il continente, ma la grotta ci aveva portato via più ore del previsto, ed avevamo dovuto rinunciare ad affacciarci dalla risorgenza, ma eravamo certi di aver trovato la strada giusta nel dedalo di biforcazioni, nonché avevamo superato il punto chiave, uno pseudo-sifone che sembrava ci sbarrasse la strada.


Già durante questa ricognizione ci eravamo resi conto di essere entrati in un mondo fantastico; oltre a delle concrezioni dalle forme e colori soprannaturali (la montagna cinese), avevamo registrato la presenza dell'euprotto sardo, del quale abbiamo poi segnalato l'avvistamento all'ente forestale (nell'ambito del loro progetto di conservazione della specie), essendo una specie endemica (vive solo in sardegna e corsica) a rischio di estinzione: ciò a testimonianza dell'integrità di questi luoghi e monito ad una sempre maggiore attenzione a chi intende ripercorrerli.


Il progetto era poi stato rimandato a causa di problemi di salute che hanno fermato Michele, fino all'inverno.

Il 13 Novembre 2010 sembra essere arrivato il giorno giusto, riuscito a vincere (non così difficilmente, devo ammettere) l'iniziale riluttanza di Michele, ancora convalescente e non in perfette condizioni fisiche, sbarchiamo in Sardegna, ed insieme a Guido e Betty, ci imbarchiamo in questa nuova avventura.

Fino al giorno prima ci sono state esercitazione nel poligono, ma dalle informazioni che sono riusciti a reperire gli amici sardi, oggi, che è sabato, sono sospese; perciò nessun blocco dovremmo trovare al check-point di entrata.

Così è. Ci dirigiamo verso l'inghiottitoio e vi entriamo. Ripercorriamo sicuri il percorso di aprile, ritrovando gli stessi segnaposti impressi nella memoria: bivio a sinistra, bivio a destra, tratto a nuoto, strettoia, galleria allagata e volta a cuspide.


Qualche strana creatura cattura la nostra attenzione, ma non essendo biologi non riusciamo a darle un nome


Raggiungiamo e superiamo il limite del precedente sopralluogo ed in breve raggiungiamo la risorgenza cascata Is Canneddas de Tùvulu, che esce in parete sul fianco dell'altopiano di Quirra e forma il rio omonimo. Di questa cascata (quanto del rio sottostante) non risulta documentata alcuna precedente discesa.

Mi ero prefigurato mentalmente il momento dell'apparizione della risorgiva, quando nel buio completo della grotta iniziavano a infiltrarsi bagliori verdastri e cangianti per il riverbero dell'acqua in movimento, e l'acqua passava da elemento liquido ad etereo diventando essa stessa luce.

Ma ero condizionato dall'uscita della Donini;  qui l'effetto teatrale della luce che attraversa la materia liquida e si sostituisce ad essa (come è nella cascata di Su Cunnu 'e s’Ebba) manca completamente; qui l'effetto piuttosto è quello di uscita dalle viscere della terra, di un cono di luce bianco che taglia il buio, poi il cono inizia a prendere le varie tonalità del verde, come la pupilla inizia ad abituarsi alla luce intensa, segno di un mondo vegetale che incombe da fuori (e che impegnerà la nostra discesa per le molte ore successive)


Infatti arrivati alla base delle Canneddas ci si staglia la foresta tropicale, un ammasso di rami aggrovigliati gli uni agli altri, appesantiti dal proprio peso e da quello altrui, come fossero mangrovie.

Indovinare la strada all'interno di questo labirinto è difficile, a volte dobbiamo tornare sui nostri passi e tentare un altro passaggio.


Alla fine risulta sempre 'relativamente' più comoda la via dell'acqua. Il posto è decisamente selvaggio, e la presenza umana è decisamente molto limitata.

In concomitanza con il calare del buio, riusciamo infine a venirne a capo.

Nuova grotta a Colle lo Zoppo – Arpino

Ritorno dopo tanti anni a Colle lo Zoppo, vicino Arpino, per ritrovare le sue grotte nel conglomerato.

Carlo mi chiama: 'ho scoperto una nuova grotta ma sono fermo su un pozzo, mi dai una mano?'

Ci penso un attimo poi gli chiedo 'ma la roccia come è, è conglomerato?'

'Sì, pare breccia impastata a fango'

'Mmmmh sarà un pò difficile armarla, ma ci proviamo'

'Non ti preoccupare rimedio pure qualche palo innocenti per fare un'intelaiatura'

Mi corre un brivido sulla schiena: è meglio scendere il pozzo con un centinaio di chili di palo che occhieggiano sulla testa oppure appeso ad un pugno di fix infissi nel fango?

Poichè la vita è bella perchè è varia optiamo per entrambi i sistemi insieme, pali più fix, come se la somma di due sistemi insicuri producano un sistema 'pisicologicamente' più sicuro.

Devo dire che Carlo fa un ottimo lavoro, mentre armeggio con il trapano che, impastato di fango ed umidità, ronza come un moscone ma gira mollemente, lui monta un'impalcatura a norma CEE.

La sua impalcatura mezzo traballante più il mio fix e mezzo (un terzo fix infisso, mi è appena rimasto in mano) costituiranno l'affidabile sistema di sicurezza alla quale appendo la mia vita: la parte sinistra dell'impalcatura traballa visibilmente, per spirito di conservazione opto per il lato destro, aggancio lì l'anello della corda, mentre con la coda dell'occhio riguardo per l'ennesima volta il fix impastato al fango.


Mi ci appendo e carico il peso, il sistema pare tenere, scendo.

Superata una prima strettoia il pozzo si allarga, alla sua base una finestra porta su di un altro ambiente, più grande, è un secondo pozzo, parallelo al primo che continua a scendere.


La grotta potrebbe continuare se solo…

Giro di Monte Pelato – Simbruini

Tanto per riprendere gli sci dopo un anno di fermo, ho deciso di aprire la stagione con un itinerario facile e vicino, il giro di monte Pelato (Simbruini), 10 Km con partenza ed arrivo a Campaegli, 250 m di dislivello.

Le nevicate degli ultimi due giorni hanno trasformato il paesaggio, la neve è così abbondante che colma il fondovalle, riempiendo doline e gradini.

Inoltre ho scoperto che scaricando su Google Earth la traccia GPS, è possibile ricostruire non solo il percorso, ma anche la dinamica temporale di percorrenza.

Nel senso che il GPS non registra solo il punto di passaggio ma anche a che ora ci passi.
Google Earth ti ricostruisce poi (velocizzato) il percorso con i momenti di sosta, le accelerazioni nelle discese ed i rallentamenti nelle salite.
Esattamente come se ti riguardassi dall'alto in una moviola accelerata.

Resistenza delle corde ultrasottili

Argomento di questo post è un'analisi assolutamente teorica della resistenza delle corde ultrasottili.

Per corde ultrasottili si intende quelle corde composte da fibre ad alta tenacità (Dyneema, Kevlar, Vectran o PBO), di diametro molto sottile (usualmente da 6 millimetri), e ne stiamo parlando nell'ambito di applicazione del torrentismo, (vedi Michele Angileri, Torrentismo con corde ultrasottili).

Come dicevo, l'analisi di resistenza è puramente teorica in quanto ad oggi non sono state messe in atto delle prove pratiche con strumentazione scientifica quali dinamometri, e ripetute in condizioni controllate di laboratorio.

Le uniche prove che abbiamo effettuato, se tali si possono chiamare, sono state quelle empiriche, sul campo, nell'uso che dal 2004 ad oggi abbiamo effettuato, in forra, nelle situazioni più disparate (documentate per inciso anche qui, qui o qui).

L'unica certezza che ad oggi abbiamo è che queste corde hanno un fattore di caduta inferiore a 2, ovverossia cadendo di 2 metri su un metro di corda, la corda certamente si romperà; le tecniche che abbiamo perfezionato, sono perciò tese ad evitare sempre che questa condizione si realizzi.

Ma qual'è il fattore di caduta di queste corde? C'è chi ipotizza 1, chi addirittura meno: 0.8, 0.9. Ma in realtà ad oggi ancora non lo sappiamo.

L'unico studio che ho trovato sulla resistenza di questi materiali è su www.speleocrasc.it dove nell'articolo sulle 'Longe, bilonge, trilonge' appare incidentalmente un confronto con tre tipi di corde ad alta tenacità: una Dyneema da 6mm, una Dyneema da 8mm ed una Kevlar da 5,5mm.


I risultati sono parecchio deludenti, la corda in dyneema da 6mm ha un carico di rottura di 603kg ed è in grado di assorbire un'energia pari  a 278J, come riportato nella seguente tabella.

Tipo di corda

Condizione

Lunghezza campione (m)

Lavoro alla rottura (J)

Carico di rottura (kgp)

Tipo di rottura

Edelrid ss 10 mm SS

Nuova

0,5

2292

1830

Nel nodo

Beal Antipodes 10 mm

Nuova

0,5

2312

1613

Nel nodo

Beal Edlinger 9,8 mm (dinamica)

Nuova

0,5

2787

1058

Nel nodo

Repetto Dyneema 8 mm

Nuova

0,5

640

1261

Nel nodo

Repetto Dynema 6 mm

Nuova

0,5

278

603

Nel nodo

Courant Kevlar 5,5 mm

Nuova

0,5

251

712

Nel nodo

Per fare un confronto con tale energia, un uomo di 80Kg che cade per 1 metro (fattore di caduta 2, su una corda di 50cm), genera un'energia di 785J, cioè più del doppio dell'energia che è in grado di assorbire la corda.

Facendo due conti, il fattore di caduta della dyneema presa in esame, è inferiore a 0,7!!!

Fortunatamente le corde ad alta tenacità che utilizziamo, con anima in Vectran, pur avendo lo stesso diametro (6mm), hanno un carico di rottura dichiarato molto più alto, 1765 Kg, contro i 603 Kg della precedente.

Inoltre abbiamo un secondo dato ufficiale, che utilizzerò in seguito, che è l'allungamento della fibra alla rottura. Questo dato ci servirà e tra poco vedremo il perché. Per il Kevlar è del 1,5-4,5%, per il Dyneema 2,3-3,9%, per il Vectran 4-5%

Intanto analizziamo il grafico precedente.

Nel grafico precedentemente riportato troviamo sull'ascissa l'allungamento delle corde, sull'ordinata la forza di trazione, prima del punto di rottura, queste generano delle curve caratteristiche. Dall'andamento di queste curve si capisce che ogni corda ha una resistenza all'allungamento che è funzione dell'allungamento stesso ma che non è una funzione lineare.

Cioè non abbiamo un comportamento tipico della molla dove F = k*s, perché in tal caso non troveremmo delle curve, ma delle linee rette aventi origine nell'origine degli assi.

La curva potrebbe essere una catenaria o più probabilmente una parabola, ma per l'approssimazione dei nostri calcoli fa poca differenza (perché vogliamo poi andare a calcolare l'area al di sotto della curva).

Diciamo che con una certa approssimazione F = k*s² , cioè la forza di trazione è proporzionale al quadrato dell'allungamento, dove il valore di k è tipico della corda.

Più la corda è dinamica minore sarà il valore di k, più sarà rigida la corda maggiore sarà il valore di k.

Se anche la nostra Vectran avrà l'andamento caratteristico del grafico, come ci aspettiamo, possiamo andare a calcolare il suo coefficiente k caratteristico.

Conosciamo la forza massima applicabile (carico di rottura), 1765 Kg peso.
Per calcolare l'allungamento massimo alla rottura consideriamo i tre valori precedenti (Kevlar 1,5-4,5%, Dyneema 2,3-3,9%, Vectran 4-5%); anche se il Vectran ha un allungamento maggiore degli altri due materiali, consideriamo la situazione maggiormente cautelativa, che l'allungamento sia pari a quello del Dyneema. In particolare il Dyneema da 6mm nel grafico ha un allungamento di circa 0,11m, per la Vectran consideriamolo di 0,1m, riepilogando:

F= 1730 daN , s = 0,1m

k = F/s² = 1'730'000 N/m²

Quale sarà l'energia assorbita dalla nostra corda prima della rottura?

     ⌠             ⌠                 k
L =⎮ F*d s= ⎮k*s²*ds = —*s³ = 577J
     ⌡∆s        
⌡∆s             3

Ovverosia il Vectran avrà un fattore di caduta pari all'incirca a 1,47

Valore ovviamente da verificare sperimentalmente!!!