Come riparare le 5.10 – parte 2

Mi è finalmente arrivata la colla americana, la Shoe Goo.

A questo punto posso già fare un iniziale confronto tra questa e la Bostik Gomma.

La Shoe Goo ha un aspetto gelatinoso, una volta asciutta tende a mantenere il volume (mentre la Bostik tende a restringersi asciugandosi), quindi sembrerebbe più adatta dell’altra a colmare buchi e screpolature, o come coprente di superfici (per irrobustire le parti della tomaia soggette a sfregatura).

Di contro la Shoe Goo utilizza un solvente, il tetracloroetilene, molto pericoloso in caso di inalazione (in quanto agisce come depressivo del sistema nervoso centrale) ed a contatto della pelle (in quanto dissolve i tessuti adiposi): un bel teschio stampato sul tubetto stà lì a rammentarlo.

Oltre ad essere pericoloso il solvente è anche troppo potente, nel senso che mentre la Bostik ha un tempo di asciugatura lento e costante, e dopo una quindicina di minuti, quando inizia ad essere asciutta al tatto, le parti sono pronte per essere incollate tra loro, e dà comunque un certo margine temporale per effettuare tale operazione.

La Shoe Goo ha invece un tempo di asciugatura di pochi minuti, e non dà margini di errori: quindi rischi o di fare l’incollatura troppo presto, e quindi la colla, troppo morbida, fuoriesce dalle parti mentre le premi tra loro, o troppo tardi, e quindi le parti non si incollano più perché la colla è praticamente già asciutta.

Nel mio caso, al primo tentativo di incollaggio delle Canyoneer 2 con la SG, memore della Bostik, ho aspettato un quarto d’ora, ma quando sono andato ad accostare la suola alla tomaia, la colla si era talmente troppo asciugata che le parti non facevano presa tra loro in modo soddisfacente. Tanto che ho dovuto rifare daccapo l’operazione.

Al secondo tentativo, ho dovuto passare con un pennello (evitando di toccarla con le mani), molto velocemente su entrambi le parti, suola e tomaia, in maniera tale da terminare la stesura della colla in pochi minuti.

Accostando le parti, la colla però era rimasta eccessivamente morbida, tanto da non garantire l’effetto di tenuta; e le martellate, a differenza di quanto avvenuto incollando le Camp Four con la Bostik, non avevano l’effetto di mantenere in pressione le parti ed agglomerare il tutto in un unico strato di colla.

La colla non dà lo stesso effetto cementificante della Bostik, e le parti non risultano strettamente solidali, tanto che è risultato necessario colare altra colla lungo le fessure per colmarle, cosa che non garantisce certo la migliore tenuta nel tempo.

Inoltre la scarpa nei due giorni successivi odorava ancora fortemente del solvente, nonostante fosse ad asciugare in un luogo aerato, e soltanto dopo tre giorni aveva raggiunto l’asciugatura ideale.

Per quanto riguarda le prove di tenuta vi terrò aggiornati in un prossimo post.

Come riparare le 5.10

Nel giro di poco tempo mi ritrovo con entrambe le paia di 5.10, sia il modello ‘Camp Four’ che le ‘Canyoneer 2’, con le suole staccate.

Inizio con l’andare a cercare un degno sostituto alle ‘Camp Four’, ed il mio occhio cade su due nuove scarpe della 5.10, le ‘Guide Tennie’ e le nuove ‘Camp Four Mid’.

Confrontandole però con le vecchie ‘Camp Four’ le caratteristiche sono peggiorative.

Le mie ‘Camp Four’ hanno avuto un’eccellente durata ed hanno la medesima identica suola delle ‘Canyoneer 2’, che ha mio avviso ha rivelato un grip fantastico sia su roccia asciutta che bagnata, costituito da una suola che è un mix di due mescole: in punta-tacco quella che la 5.10 chiama la ‘C4’, che è la medesima mescola con cui sono realizzate le loro scarpette di arrampicata, ed al centro la ‘S1’, che garantisce una maggiore durata nel tempo.

Ebbene, le ‘Guide Tennie’, a fronte di una suola costituita solamente dalla mescola ‘C4’ (quella delle scarpette di arrampicata), quindi con maggior grip, viene giudicata di durata inferiore (trovi la recenzione su http://www.outdoorgearlab.com/Approach-Shoes-Reviews/Five-Ten-Guide-Tennie).

Le nuove ‘Five Ten’ invece, a parità di durata con le mie vecchie, hanno una suola costituita dalla sola mescola ‘S1’. La 5.10, quindi, invece di fare uno sforzo per migliorarle, ha fatto dunque un passo indietro: evidentemente l’essere stata acquistata dall’Adidas inizia ad avere i suoi effetti (negativi).

Dopo una vana ricerca di un nuovo degno sostituto, mi balza a mente una nuova idea: ma perché non riparare le mie vecchie ‘Camp Four’? In fondo la suola è ancora buona, anche se staccata, se riesco a risuolarle e a garantirne la tenuta come fossero nuove di fabbrica il gioco è fatto.

Scopro che la 5.10, sulle scarpette di arrampicata, fornisce il kit di riparazione costituito da una nuova suola più una colla, che si chiama ‘Barge Cement’. Il problema è che ‘Barge Cement’ viene commercializzata solo in U.S., e farmela spedire in Italia mi verrebbe un pò troppo.

Cerco allora sui forum una colla equivalente sul mercato europeo, e trovo una colla inglese (in realtà scoprirò poi essere anch’essa americana) che a giudizio di chi l’ha provata risulta equivalente, la ‘Shoe Goo’.

La trovo su internet e la ordino.

Nel frattempo che mi arrivi, approfondisco le tecniche del calzolaio, e vorrei metterle in pratica facendo una prova su un’altro vecchio modello di pedule, ma non mi è ancora arrivata la colla ordinata, ho però a disposizione un’altra colla, la ‘Bostik Gomma’, che avevo già utilizzato quest’estate per alcune riparazioni, con risultati purtroppo fallimentari.

Eseguo la prova in ogni caso con la ‘Bostik’ e mi accorgo che invece stavolta la riparazione tiene: evidentemente al 50% conta la colla, ma per l’altro 50% conta la tecnica.

Non posso attendere ulteriormente l’arrivo della ‘Shoe Goo’, le pedule mi servono, per cui decido di procedere con la riparazione delle mei vecchie ‘Camp Four’ con la ‘Bostik’.

Stacco con decisione la suola dalla scarpa in maniera che rimanga attaccata solo dove tiene perfettamente.

Quindi pulisco la suola in maniera da togliere terra e polvere, e tolgo tutti i residui di colla. Qualora ci sia unto e grasso, va rimosso con un solvente.

Una volta che le superfici sono ben pulite, inizio a spalmare un sottile strato di colla su entrambe le superfici

Inizio a far asciugare la colla mantenendo le due superfici separate, qualora sia difficile mantenere le parti separate, mi aiuto con dei chiodi che uso come divaricatori.

Dovrò attendere circa 15/20 minuti, in maniera che la colla non crei fili toccandola ed al tatto inizi a risultare asciutta.

A quel punto chiudo la suola, infilo una mano dentro la scarpa e con l’altra inizio a martellare la suola, martello bene e con decisione, senza risparmiare in energia, il segreto della tecnica sta proprio nel martellare. I colpi fanno unire tra loro i due strati di colla in un unico amalgama.

Dopo che ho finito di martellare, con le dita a mò di morza, comprimo il bordo della suola alla scarpa, pezzo per pezzo, facendo il giro del perimetro per tutta la sua lunghezza.

A questo punto lascio asciugare per 24 ore.

Sulle ‘Canyoneer 2’, attenderò che mi arrivi la ‘Shoe Goo’ per poter fare una comparazione di tenuta tra le due colle.

L’articolo prosegue qui.

Perché PayPal non è adatto ai micropagamenti online

Di recente pubblico un’app sul play store https://play.google.com/store/apps/details?id=com.puandr.myfax , nella quale a fronte di un pagamento ricorrente settimanale di 1,70$, fornisco un servizio di fax sullo smartphone.

Come sistema di pagamento decido di utilizzare i pagamenti automatici di PayPal, ritenendo che PayPal, a fronte di una commissione di 37 cents a transazione, sia un sistema di pagamento tutto sommato affidabile e meno oneroso di quello di Google.

Per poter sottoscrivere tale sistema di pagamento, rispetto a Google, il cliente deve però effettuare qualche passaggio in più: deve compilare un form con tutti i suoi dati e l’indirizzo della sua mail, ricevere una mail e cliccare sul link ivi riportato, aprire il link nel quale sono menzionate le condizioni economiche ed infine venire indirizzato sul sito di PayPal.

A questo punto il cliente deve inserire il proprio account PayPal (email e password) per autenticarsi ed attivare il sistema di pagamento automatico.

Il sistema è pertanto molto più elaborato di quello di Google, dove l’attivazione dei micropagamenti viene effettuata direttamente all’interno dell’app, e soprattutto nel quale non è necessario inserire i propri dati o uscire dall’app o ricevere e cliccare sulla email.

Nonostante ciò ritengo (falsamente) che il fatto che il cliente mi fornisca i suoi dati, accetti deliberatamente le condizioni economiche, mi fornisca una mail che risulta verificata in quanto solo attraverso essa può proseguire con l’accettazione, utilizzi un account PayPal, mi fornisca una maggiore garanzia a fronte di eventuali contestazioni da parte del cliente sulla sua effettiva volontà di effettuare i pagamenti.

Almeno questo ritenevo fino a quando qualche giorno fa, quando un cliente messicano mi contesta ad Agosto due transazioni avvenute rispettivamente il 2 marzo 2016 e l’8 marzo 2016, di 1,70$ ciascuna.

Mi arrivano da PayPal (a cinque giorni di distanza) due avvisi di apertura di pratica di chargeback in quanto il cliente ha contestato presso la società di emissione della carta le due operazioni in quanto UNAUTH (non autorizzate).

Inizialmente sottovaluto la cosa, in primis ritenendo che PayPal avrebbe smontato facilmente le pretese del cliente, in secondo, valutando che alla peggio mi avrebbero riaddebitato il valore della transazione, cioè 1,70$.

Lascio passare pertanto i dieci giorni di tempo della prima (delle due) contestazioni, passati i quali PayPal mi comunica di aver chiuso la contestazione, e poiché non ha ricevuto la documentazione richiestami, non ha avuto modo di provare la bontà della transazione e mi addebita 20$ (venti dollari) di commissione per la lavorazione della pratica.

Penso di avere ancora cinque giorni di tempo per documentare la seconda contestazione, ma in ogni caso mi affretto a giustificare subito la transazione inviando a Paypal le informazioni richieste e specificando che la transazione contestata è relativa ad un pagamento automatico, quindi accettare la contestazione del cliente equivale a mettere in dubbio l’impalcatura stessa del sistema dei pagamenti PayPal.

Dopo venti minuti dall’invio della documentazione (e cinque giorni di anticipo sulla scadenza dei termini), ricevo una comunicazione di chiusura della pratica per gli stessi motivi della precedente, per non aver inviato alcuna documentazione, e mi vengono addebitati altri 20$.

Facendo due conti, a fronte di ogni 1,70$ di transazione, da cui dobbiamo togliere la commissione PayPal (37 cents), per un totale di 1,33$ di guadagno, c’è un rischio di impresa di ben 20$, ed io in 40 minuti ho perso ben 40$ a fronte di un potenziale guadagno di 2,66$: tutto il sistema mi sembra ben anti economico, ed ogni venditore, consapevole di un rischio d’impresa del genere, abbandonerebbe immediatamente tale sistema di pagamento.

Sono incredulo, il sistema è talmente anti economico che non può stare in piedi, ma ciò paradossalmente mi infonde fiducia: non è possibile che il sistema sia così inconsistente, PayPal certamente mi verrà incontro, anche offrendomi un compromesso, pur di chiudere la controversia, e darmi un minimo di soddisfazione.

Sarebbe stupido da parte loro chiuderla così, li sputtanerei sulla rete, scriverei sul mio blog, interverrei nei forum, quei 40$ che si sono presi come commissione li perderebbero già solo per la cattiva pubblicità che gli farei.

La mia prima impressione è che la leggerezza di PayPal nello sbrigare la chiusura della pratica di chargeback sia dovuta al fatto che tanto i costi vengono interamente scaricati sul venditore, ma che successivamente, riesaminando più attentamente la situazione, sarebbero stati senz’altro sufficientemente intelligenti da capire che a loro non sarebbe convenuta chiuderla così.

Purtroppo le mie aspettative non verranno corroborate dai fatti, la mattina seguente contatto telefonicamente PayPal, e poi nei giorni a seguire altre telefonate ed altre mail: ma ciò che ottengo è solo una trafila kafkiana di false promesse, risposte automatiche e precostituite senza voler approfondire la questione e senza voler entrare nel merito, insomma un muro di gomma.

Ma questo sarà oggetto del prossimo post.

Rottura della Corda

Dopo essere già stati in zona a fine Ottobre, dalle parti di Acquapendente, sull’altopiano dell’Alfina, per scendere un torrente che si getta dal bordo del plateau basaltico, il fosso dell’Acquilonaccio.

Michele ed io, dicevo, torniamo nuovamente da queste parti, vicino alle tombe etrusche di Hescanas (Orvieto), per scendere stavolta la Cascata del Montacchione.

E’ domenica 21 febbraio 2016, e come al solito prepariamo gli zaini, portando con noi le corde ultrasottili che usiamo da anni, le 6 millimetri con anima in Vectran e calza in Kevlar.

La 100m è la mia, la 60m è di Michele. Le corde saranno sovrabbondanti per la cascata che risulterà poi di una quarantina di metri.

La cascata precipita giù da una parete basaltica, arrivati sul ciglio della cascata scopriamo che è già stata scesa, c’è un cordino praticamente nuovo attorno ad un grosso albero.

Decidiamo in ogni caso di non armare da là, preferendo un albero arretrato sulla sinistra idrografica.

Armo e scendo io per primo.

Come potete notare in foto, la corda è sulla destra della cascata.

Ora è il turno di Michele, che inizia a scendere.

Come potete notare nella seguente foto, l’albero grosso al centro è quello dove abbiamo trovato il cordino. L’albero arretrato a destra è quello di cui si intravedono i rami.

La corda passa attorno all’albero e poi va giù libera per alcuni metri, poi tocca una fascia di basalto, quindi prosegue libera per arrivare al ciglio dove curva sulla roccia, il punto di maggiore sollecitazione è ovviamente questo secondo.

Nel seguente video sto riprendendo Michele, il video si interrompe un attimo prima che si rompa la corda.

Nel momento che si rompe, Michele è esattamente all’altezza della fascia di blocchi di basalto più grossi.

La seguente foto è scattata nel momento in cui Michele è in caduta libera (notate che la cinghia dello zaino va verso l’alto): la corda grigia è  in tiro, mentre la verde è lasca.

Nel momento in cui me lo vedo cadere davanti agli occhi, mollo la macchinetta fotografica e corro verso di lui, temendo che non si rialzi più, ho il cuore che schizza a 10.000 e mi sento di collassare: urlo a Michele emettendo un rantolo soffocato.

La caduta è stata alta, ma lui si rialza dalla pozza e valuta da subito se ha riportato lesioni, è dolorante ma miracolosamente illeso.

Michele è rimasto miracolosamente illeso, durante la caduta (di circa 10 metri)  non ha sbattuto contro rocce, ha mantenuto un assetto perfettamente verticale (probabilmente anche aiutato dalla corda grigia che è rimasta in leggera tensione) ed è atterrato nella pozza bassa con fondo sabbioso. Se fosse atterrato su qualche masso non sarebbe andata a finire allo stesso modo. Si è insaccato nella pozza attutendo la caduta prima con le ginocchia e poi con il sedere sbattendo dolorosamente il coccige.

La corda che si rompe è la verde, vicino al nodo, nel punto in cui struscia la prima fascia di basalto, non quindi sul ciglio della cascata.

Mentre la corda verde non è frenata da niente, la corda grigia è passante attorno all’albero, e quindi l’attrito della calza sulla corteccia oppone quel minimo di resistenza alla caduta, e permette a Michele di mantenere un assetto verticale.

Dall’immagine si vede chiaramente che la corda ha ceduto dall’interno, quindi la curvatura sulla roccia ha solo contribuito ad abbassare il carico di rottura ma non è stato il motivo scatenante. La corda ha ceduto internamente, dall’anima, si vedono i trefoli bianchi sfilacciati, e poi ha strappato la calza verde esterna.

 

 

Terza traversata a nuoto del Lago di Fiastra

Era da un anno che la stavo preparando, rimandata più di una volta. Poi le previsioni meteo davano un giorno intero di sole oggi, ad un mese dall’ultimo allenamento, quindi parto dal mare per venire su qui in montagna. Un mese è tanto, già ho un calo di prestazioni dopo una settimana, figuriamoci dopo un mese. Ma tant’è: od ora o il prossimo anno. Il rischio di fallimento comunque c’è. Inoltre fino all’ultimo non sono sicuro di avere una canoa di appoggio, la canoa che ti rema accanto è un enorme conforto psicologico, non averla significa tanto. L’anno scorso ad esempio rinunciai proprio perché venne meno. Questa volta decido di tentarla a prescindere; in fondo, mi autoconvinco, il lago è stretto e lungo, quindi avrei comunque un tratto di costa abbastanza vicino in caso di rinuncia o necessità.

Ho in programma di entrare in acqua alle 10:00. A mezzogiorno, per via del riscaldamento delle pareti, si innesca una termica che crea una forte corrente dall’emissario in direzione della diga, e che aumenta nei punti di maggior restringimento, in particolare tra il balzo della Rufella ed il piccolo promontorio di fronte agli ‘scogli’, in assoluto il punto più stretto di tutto il lago.

Una volta mi sorprese proprio durante l’attraversamento di quel tratto, e mi trovai in serie difficoltà.

Lasciato il cambio nel punto di arrivo, la spiaggetta di San Lorenzo al Lago, prendo a percorrere il sentiero in direzione della diga, dopo 40 minuti sono nel punto di partenza, il ponticello semisommerso in corrispondenza delle pisciarelle.

L’acqua ha una temperatura accettabile, per cui decido di indossare solo il mutino da windsurf, rinunciando alla giacca d’acqua, per agevolare maggiormente i movimenti.

Nascondo il vestiario tra le rocce e mi immergo, decido di partire con un ritmo calmo, per darmi modo di riscaldare le braccia, e non stancarmi subito, alterno brevi tratti a rana allo stile. L’acqua è già un pò più increspata rispetto a come appariva dal sentiero, e verso la fine aumenterà ancora un pò di più, con una corrente leggermente favorevole.

Dopo un chilometro, a venti minuti dalla partenza, sono davanti al campeggio, mi entra l’acqua negli occhialetti ed ho una visibilità molto limitata, più volte sono costretto a mettermi a dorso per sistemarli. Fortunatamente oggi ci sono pochi pescatori, per cui riesco a lambire il più possibile la costa.

Dopo tre chilometri ed un ora esatta sono al punto previsto di arrivo, la spiaggetta di San Lorenzo al Lago, ma mi sento ancora in forze e decido di proseguire per altri 500 metri fino alla seconda spiaggetta dopo il ponte (1 ora e 10 minuti), e poi ancora fino al termine del lago, in corrispondenza dell’immissario (4 chilometri, 1 ora e 24 minuti).

(Tentata) traversata del Conero

Oggi (ieri per chi legge) ho in programma di effettuare la traversata della Costiera del Conero, ma le previsioni non sono buone, il meteo dà onde alte fino a 50 cm e pioggerella a partire dalla mezza. Arriviamo a Portonovo e già la situazione non appare buona, il vento spira da nord creando bavette sul mare, sarà forza 3, ed il mare ha parecchia risacca.

Iniziamo a percorrere a piedi la costiera verso sud, la costa gira verso est, e la situazione pare migliorare, il vento da nord viene parzialmente schermato, se il mare è così si può fare. Proseguiamo ancora a piedi fino a raggiungere il primo tratto invalicabile a piedi, il muro nord della spiaggia dei Forni, a quel punto per proseguire devo iniziare a nuotare. 

Pierluigi mi indica un punto, a meno di un chilometro di distanza, verso il quale dovrei nuotare per superare anche il secondo invalicabile, è una immensa frana tra le pareti strapiombanti del Conero. Ho parecchi dubbi sulla riuscita, il mare ha parecchio moto ondoso e sbavetta anche a largo, ma soprattutto la corrente spinge verso sud, cioè verso la scogliera.

Ciò comporta di non poter nuotare sottocosta per il rischio di venire spinti verso le rocce, ma di dovermi allontanare a largo. Mi allontano perciò a nuoto 200/300 metri dalla costa per poter valutare meglio se l’arrivo ha un approdo comodo su spiaggia o è costituito da rocce e scogli, ma il punto è lontano, e difficilmente valutabile, per via del moto ondoso che copre la visuale, ma soprattutto il problema maggiore è la corrente che spinge forte, verso le rocce, tanto da non poter controllare il punto di approdo.

Decido che non vale la pena rischiare, che la traversata deve essere un’esperienza piacevole e non un patema d’animo e perciò desisto e ritorno a riva. Mezz’ora dopo, ripercorrendo a ritroso la costa, notiamo che la corrente marina tende a diminuire, la termica di cui ci parlava un canoista è veramente arrivata, ne faremo tesoro per il prossimo tentativo.

Appunti di Torrentismo

Sono stati appena pubblicati degli appunti su una sana attività all’aria aperta che si chiama torrentismo. Ringrazio gli autori: Emanuele Abbazia, Donato Brienza, Marco Damiani, Edoardo Malatesta, Stefano Siloni, oltre al sottoscritto.

Cliccando sulla copertina qui sotto è possibile accedere gratuitamente all’intero contenuto dell’opera. Il libro è fruibile online, ma non scaricabile.

copertina

Traversata a nuoto del Lago di Fiastra – due anni dopo

Due anni fa coprii a nuoto i 3,5km di lunghezza del Lago di Fiastra con il solo (ma non da poco) ausilio di pinne da snorkeling; senza di esse, all’epoca, non sarei riuscito nella traversata.

Dopo averlo realizzato, il nuovo obiettivo divenne invece quello di coprire il tratto a nuoto senza proprio alcun ausilio esterno, se non le proprie braccia, gambe, fiato e resistenza muscolare.

L’unico ausilio che rimane, se la vogliamo dire proprio tutta, è il mutino da 1mm da windsurf (e sotto, una maglia d’acqua), che copre il busto, per via della temperatura dell’acqua ed evitare la conseguente eccessiva dispersione termica.

Non ero ancora sicuro di essere pronto quest’anno per il nuovo obiettivo, ed infatti la mattina del 10 agosto, mentre mi avviavo al lago, nel punto di partenza prefissato con i miei paladini, mi prefiguravo con maggiore probabilità punti di approdo alternativi e più vicini, stabilendo che avrei deciso solo sul momento se proseguire o fermarmi prima, in base alla mia condizione fisica.

Giunto da terra al punto di partenza, convengono via acqua, due soci del gruppo canoe Fiegni, Paolo Chellini e Sandro Leoni, che mi seguiranno in canoa per tutta la traversata, fungendo da supporto in caso di necessità.

A loro non avevo espresso l’obiettivo più ambizioso di arrivare fino alla fine, cioè fino alla spiaggetta di San Lorenzo al Lago, sia per scaramanzia sia perché ritenevo meno probabile di riuscirci; per cui, quando raggiungo senza fermarmi e supero la spiaggia del campeggio di Fiegni, ad un 1Km circa dalla partenza, realizzano (se ce ne fosse stato bisogno) di non avere a che fare con una persona neurologicamente a posto di mente.

Superare il campeggio è il momento psicologicamente più stressante, perché corrisponde all’abbinamento del primo crollo fisico con la percezione visiva di quanto ancora manca all’arrivo, perché superato il punto più stretto, si apre la visuale ad una distesa d’acqua senza fine.

Inoltre poiché le due rive si allontanano, vengono a mancare i riferimenti (rocce e piante) sulle rive, che danno la percezione del proprio avanzamento, per cui si ha l’impressione di dare bracciate a vuoto, impantanandosi al centro del lago.

Verso la fine si apre improvvisamente (e con un certo sollievo) la visuale sulla spiaggia di San Lorenzo al Lago, sembra vicina – ed infatti per un attimo mi balena anche la velleità di proseguire oltre, fino al ponte stradale, idea fortunatamente un attimo dopo rimossa – ma in realtà non lo è: le persone sono ancora molto piccole e densamente concentrate l’una sull’altra.

Dopo un’ora e poco più dalla partenza, approdo alla spiaggetta, ho coperto i 3km di lunghezza. Sono con il fiato a posto, i muscoli un poco indolenziti, ma felice come una pasqua: quale sarà ora il nuovo obiettivo?

 

Visualizza Lago di Fiastra 2 in una mappa di dimensioni maggiori

Nuova traversata speleo-torrentistica Is Angurtidorgius – Riu Tùvulu

Da mesi con Michele pianificavamo di realizzare una traversata speleo-torrentistica in Sardegna, una sorta di nuova Donini.

Eravamo stati (con Guido e Betty) proprio per questo una prima volta (nell'aprile del 2010) a fare un sopralluogo ad Is Angurtigorgius, l'inghiottitoio sopra l'altopiano di Quirra, proprio all'interno del poligono militare di Perdasdefogu, sfruttando le ultime ore rimaste prima della partenza del traghetto per il continente, ma la grotta ci aveva portato via più ore del previsto, ed avevamo dovuto rinunciare ad affacciarci dalla risorgenza, ma eravamo certi di aver trovato la strada giusta nel dedalo di biforcazioni, nonché avevamo superato il punto chiave, uno pseudo-sifone che sembrava ci sbarrasse la strada.


Già durante questa ricognizione ci eravamo resi conto di essere entrati in un mondo fantastico; oltre a delle concrezioni dalle forme e colori soprannaturali (la montagna cinese), avevamo registrato la presenza dell'euprotto sardo, del quale abbiamo poi segnalato l'avvistamento all'ente forestale (nell'ambito del loro progetto di conservazione della specie), essendo una specie endemica (vive solo in sardegna e corsica) a rischio di estinzione: ciò a testimonianza dell'integrità di questi luoghi e monito ad una sempre maggiore attenzione a chi intende ripercorrerli.


Il progetto era poi stato rimandato a causa di problemi di salute che hanno fermato Michele, fino all'inverno.

Il 13 Novembre 2010 sembra essere arrivato il giorno giusto, riuscito a vincere (non così difficilmente, devo ammettere) l'iniziale riluttanza di Michele, ancora convalescente e non in perfette condizioni fisiche, sbarchiamo in Sardegna, ed insieme a Guido e Betty, ci imbarchiamo in questa nuova avventura.

Fino al giorno prima ci sono state esercitazione nel poligono, ma dalle informazioni che sono riusciti a reperire gli amici sardi, oggi, che è sabato, sono sospese; perciò nessun blocco dovremmo trovare al check-point di entrata.

Così è. Ci dirigiamo verso l'inghiottitoio e vi entriamo. Ripercorriamo sicuri il percorso di aprile, ritrovando gli stessi segnaposti impressi nella memoria: bivio a sinistra, bivio a destra, tratto a nuoto, strettoia, galleria allagata e volta a cuspide.


Qualche strana creatura cattura la nostra attenzione, ma non essendo biologi non riusciamo a darle un nome


Raggiungiamo e superiamo il limite del precedente sopralluogo ed in breve raggiungiamo la risorgenza cascata Is Canneddas de Tùvulu, che esce in parete sul fianco dell'altopiano di Quirra e forma il rio omonimo. Di questa cascata (quanto del rio sottostante) non risulta documentata alcuna precedente discesa.

Mi ero prefigurato mentalmente il momento dell'apparizione della risorgiva, quando nel buio completo della grotta iniziavano a infiltrarsi bagliori verdastri e cangianti per il riverbero dell'acqua in movimento, e l'acqua passava da elemento liquido ad etereo diventando essa stessa luce.

Ma ero condizionato dall'uscita della Donini;  qui l'effetto teatrale della luce che attraversa la materia liquida e si sostituisce ad essa (come è nella cascata di Su Cunnu 'e s’Ebba) manca completamente; qui l'effetto piuttosto è quello di uscita dalle viscere della terra, di un cono di luce bianco che taglia il buio, poi il cono inizia a prendere le varie tonalità del verde, come la pupilla inizia ad abituarsi alla luce intensa, segno di un mondo vegetale che incombe da fuori (e che impegnerà la nostra discesa per le molte ore successive)


Infatti arrivati alla base delle Canneddas ci si staglia la foresta tropicale, un ammasso di rami aggrovigliati gli uni agli altri, appesantiti dal proprio peso e da quello altrui, come fossero mangrovie.

Indovinare la strada all'interno di questo labirinto è difficile, a volte dobbiamo tornare sui nostri passi e tentare un altro passaggio.


Alla fine risulta sempre 'relativamente' più comoda la via dell'acqua. Il posto è decisamente selvaggio, e la presenza umana è decisamente molto limitata.

In concomitanza con il calare del buio, riusciamo infine a venirne a capo.