Attorno a monte Ginepro 2

Sabato siamo Luigi, Pippo ed il sottoscritto.


Dal valico di Lucoli , giunti agli stazzi di Corvaro abbiamo tre possibilità: salire verso la cima del Morrone, aggirarlo per il versante ovest, oppure rifare il giro attorno al monte Ginepro, che avevo fatto due settimane fa da solo.

La terza opzione è l’unica che ci permette di non ridiscendere per dove siamo saliti, che ha tratti giudicati troppo ripidi per le nostre capacità sciistiche; perciò optiamo per quest’ultimo itinerario.

Procediamo spediti e di buon ritmo, sia Luigi che il sottoscritto siamo oggi in ottima forma, tanto che Pippo negli ultimi chilometri cederà alla fatica, e ci si accoderà diligentemente: superare in resistenza un cane non è da tutti!

L’unica difficoltà sarà la traversata del versante dell’Uccettù, la neve si rivelerà più ghiacciata del previsto, ed io con gli sci laminati aprirò il passaggio a Luigi, che ha gli sci senza lamine (non avrei voluto essere al suo posto), e che sfrutterà le mie tracce per tagliare il pendio, piccola strizzatina ma tutto procede per il verso giusto.

Riporto qui la foto del tratto in questione, che però non è stata scattata oggi:


Arrivati al rifugio Campitelli ci inventiamo involontariamente un nuovo percorso che ci porterà ugualmente a Prato Capito.

Fiegni


Questa è la fotografia d’epoca della casa del bisnonno di mia moglie: è un posto carico di ricordi e di affetti.

Per lei questa foto è il ricordo di giornate radiose passate sull’aia a giocare con gli altri bambini.

Nonostante ciò, non posso fare a meno di guardare oltre la casa, verso le montagne sullo sfondo. E lì distinguo, nell’ordine, il rio Sacro, le cascate di Monte Cacamillo e la forra dell’Acquasanta.

Non è possibile, la mia è una vera fissazione!!!

Verso i Piani del Sirente

Il maltempo che sta investendo l’Italia centrale non ci smuove dal fare una visita ai piani del Sirente, Luigi ed il sottoscritto (insieme all’ormai immancabile Pippo), arrivati a Rovere, calziamo gli sci direttamente in paese.


La neve non smette un attimo di cadere, sospinta da un forte vento che infastidisce la nostra percorrenza


Il paesaggio diventa natalizio, con gli alberi carichi

A pensare che mancano pochi giorni alla Primavera

Purtroppo per l’eccessiva umidità mi si bagna la macchinetta fotografica, l’ultima foto che riesco a scattare

La neve bagnata continua ad appiccicarsi addosso, dopo qualche ora rientriamo gocciolanti come pulcini.

La tecnica (nel torrentismo) come mezzo, e non come fine

Proseguo sul mio blog un ragionamento che ho iniziato in altra sede.

In ogni attività sportiva la tecnica tende ad essere vista come un fine, e non come un mezzo.

Ma la tecnica deve essere uno strumento non un fine,
come dice Wittgenstein "come una scala da usare per salire più in alto e poi gettare via".

Mentre vedo che per alcuni di noi non è così: per un principiante, in qualsiasi disciplina, la tecnica è un fattore fondamentale, acquisirla è necessario per poter praticare l’attività. Ma una volta acquisita, molti si dimenticano di gettare via la scala, la tecnica rimane per loro sempre il fattore predominante, e non capiscono che è uno strumento che, una volta acquisito, gli permetterebbe poi di guardarsi attorno e di vedere cose che prima non si potevano permettere perché assorbiti dalla attività dell’apprendimento. Una volta acquisita, non è più necessario che sia ancora il fine della pratica sportiva.

Anche in natura la scala viene gettata via: la neuropsichiatria ha mostrato che durante i processi di apprendimento, nel cervello umano, vengono sollecitate le zone del cervello centrale, nella quale le attività apprese sono coscienti e volontarie. Una volta che l’apprendimento è terminato, vengono liberate le zone del cervello centrale, per fare posto ad altre attività coscienti, e tali processi vengono mano mano spostati nel cervelletto, dove non sono più coscienti e sono molto più veloci ed efficienti.

L’esempio classico è quello della scuola guida: l’allievo che sta imparando a guidare, pensa esattamente ogni mossa che deve fare – abbassare la frizione, scalare la marcia, dare gas, rialzare gradualmente la frizione – ogni singola azione viene da lui pensata coscientemente, ed è totalmente assorbito dalla sequenza degli atti, che segue coscientemente, tanto che spesso riesce a seguire solo quello e non altro – come guardare la strada!!!

Il guidatore esperto invece guida senza pensare alla sequenza di movimenti che compie, tanto che li effettua senza l’attività della coscienza, e può pensare tranquillamente ad altro, e nonostante non li pensi, è molto più preciso e veloce nell’eseguirli.

Il centro di controllo dell’attività si è spostato dal cervello al cervelletto, è diventato da cosciente ad incosciente, da lento e macchinoso a veloce e preciso, la natura ha gettato via la scala e permette alla nostra attività cerebrale cosciente di dedicarsi ad altro.

Nell’attività sportiva invece, molti praticanti, continuano a porre la tecnica come elemento principale della loro attività, si crea una figura di ‘perpetuo istruttore’, verso di sè come verso gli altri, che focalizza sempre l’attenzione su come realizzare un certo passaggio, quale tecnica mettere in pratica, cosa provare in quest’occasione, ecc.

L’elemento tecnica è importante, ma a mio avviso deve essere il mezzo per praticare al meglio l’attività sportiva, non diventarne il fine.

Il discorso a mio avviso si deve ribaltare.
La risposta alle varie domande: cosa mi può permettere di scendere in sicurezza questo canyon? Come posso economizzare sul peso del materiale senza che venga meno la sicurezza? Ed altre che vertono su come migliorare l’attività.
La risposta, come dicevo, è di pertinenza alla tecnica.

La tecnica deve essere la risposta a tali domande, non sostituirsi alla domande stesse.

Qualche anno fa Michele ed io, abbiamo iniziato a porci delle domande su come migliorare la nostra attività (Michele per la verità aveva iniziato a porsele già prima di me):

Se il fattore di rottura delle corde è dovuto statisticamente più allo sfregamento che al carico, e se lo sfregamento è dovuto alla elasticità, perchè non dotarci di corde più rigide?

Una corda più rigida, rispetto ad una più elastica, a parità di  carico di rottura, avrà un fattore di caduta più basso. Qual’è il fattore di caduta limite accettabile per la nostra attività?

Il problema nostro più grande, subito dopo la sicurezza, è il peso. E’ possibile avere materiali più leggeri?

Scendendo in corda doppia, l’altezza massima scendibile è la lunghezza minore tra le due corde. Come sfruttare la lunghezza totale delle corde?

Queste domande avevano in realtà a monte un’altra origine, con Michele abbiamo iniziato a fare squadra dal 2003, da allora la nostra attività esplorativa, assieme, è stata molto assidua; ma abbiamo sempre avuto un piccolo problemino, siamo pressocchè sempre stati in due.

Due persone significa che tutto il materiale necessario per una progressione esplorativa, che è tanto, pesante e voluminoso, è da dividersi tra due.

Diveniva perciò di fondamentale importanza ottimizzare tale materiale; portarsi ad esempio due corde (una 50m ed una 150m), significava non poter utilizzare la 50m nella verticale più alta, ed era paragonabile ad avere solo una 150m. D’altra parte, portarsi solo una corda (la 150m), significava non avere la corda di riserva ed essere impacciati nei salti più bassi. Ci serviva una tecnica che ci permettesse di utilizzare il metraggio pieno, e poter magari scendere un salto da 100m con le due corde.

Chi ha pratica di discesa su corda doppia sa che il nodo di giunzione tra le due corde, deve essere sempre a monte del discesista, e che è praticamente impossibile passare con il discensore tale nodo, a meno di non essere costretti a fare passaggi artificiosi con l’uso dei bloccanti. Il nodo vicino all’attacco dell’armo è insomma considerato un assioma al pari degli assiomi euclidei.

A noi serviva o abbandonare la tecnica della corda doppia, oppure, se volevamo mantenere l’uso della corda doppia (come volevamo), trovare il modo di passare il nodo di giunzione.

Un altro problema da risolvere è il seguente: durante l’esplorazione, si tende ad essere parchi con l’attrezzamento artificiale, si tende dove possibile ad utilizzare armi naturali (alberi, clessidre) o a concatenare più salti, insomma si usa il trapano solo lo stretto indispensabile. Questo comporta che gli attacchi spesso sono arretrati, perché gli alberi non sono quasi mai nella posizione ideale, la corda struscia in più punti, e quindi tende a sfregare durante la discesa, ed in più il recupero può essere difficoltoso.

Questo problema si è presentato soprattutto durante l’apertura del Gafaro a Nebbia (vedi post http://andreapucci.satellitar.it/?p=10 ), allorquando ci trovammo difronte a qualcosa come una cinquantina di salti, certo non tutti da scendere esclusivamente con la corda (alcuni disarrampicabili, con attenzione), non tutti di grossa altezza, non tutti molto distanziati l’uno dall’altro. Ma togliendone anche una ventina dal computo, restano in ogni caso da armarne una trentina. Armare trenta salti con il trapano, significa non essere certi di uscire in giornata, significa non essere sicuri che le batterie reggeranno fino alla fine (ci è capitato che ci abbandonassero durante l’apertura di un’altra forra, il Vallone dell’Inferno, Cilento), significa tenere in conto un pernotto (quindi altro materiale, altro peso da portare). Risparmiare sull’armo artificiale significa poter essere più veloci ed avere la garanzia di poter uscire in giornata. Ciò a sua volta è possibile al prezzo di poter far toccare la corda in più punti, senza problemi, e di poterla recuperare nonostante strusci e si possa accavallare.

Ma il problema più grande, probabilmente maggiore dei precedenti, è il peso dei materiali. Per farlo capire meglio devo raccontare la seguente storia, per bocca di Michele; siamo nel Vallone di Erchie, Costiera Amalfitana:

"…E finalmente sei sul posto. Scendi dalla macchina, dividi il materiale da portare su, lo metti nello zaino, ti metti lo zaino in spalla …

E ti viene un accidente … quello non è uno zaino, è un macigno! Non va. La salita sembra tutta al sole, non possiamo portarci su tutta questa roba … ma cosa lasciare? A cosa rinunciare? A tutto il superfluo, ovviamente: la macchina fotografica (ecco perché qui non vedete nessuna foto!) un po’ d’acqua (forse soffriremo un po’ la sete, ma pazienza!), i cordini … e prendiamo la muta leggera, che un po’ di freddo non ha mai ucciso nessuno!

Ma lo zaino è ancora troppo pesante, e decidiamo di portare le corde corte. E dopo qualche ora sono dispiaciuto per questo, perché il salto più alto è veramente alto, e le corde non arrivano in fondo. Dobbiamo così scendere in due tiri, fuori dall’acqua.

Ammiravo la bellissima e tranquilla cascata dal basso e mi dicevo sconsolato: che bello sarebbe stato scendere a filo d’acqua …

La prossima volta."

La cascata cui si riferisce Michele, è una 70 metri, che abbiamo dovuto scendere con due corde da 50 metri, frazionando e recuperando in parete, appesi come due salami: non è stato proprio il massimo!

(Continua)

Attorno a monte Ginepro, in solitaria

Non sono un amante dei grandi numeri e dei gruppi di persone, ho una ben precisa filosofia dello stare assieme in montagna (che avrò modo di esplicare in qualche altro post), che mi porta a selezionare le persone sulla base della fiducia e del sapere di poterci contare in caso di necessità.


Ma d’altra parte non sono neanche un amante delle solitarie. Nell’attività sportiva preferisco senz’altro lo stare in compagnia, per condividere con gli altri le proprie esperienze. Se viene meno la compagnia però, non mi tiro indietro all’alternativa che mi si pone di uscire ugualmente, ma da solo. D’altra parte le solitarie hanno un grande vantaggio, il passo ed il ritmo li decidi te: spesso da solo riesco a coprire maggiori distanze con minore fatica.


Questo è il caso; il giro del monte Ginepro. Scoprirò, una volta fattolo, essere il più impegnativo tra le escursioni con gli sci da fondo che abbia mai realizzato sul Velino, per l’austerità dell’ambiente, la delicatezza di alcuni passaggi, il senso di orientamento, la lunghezza e la continuità dell’impegno fisico. Nonostante ciò sono rientrato in condizioni fisiche migliori di altri giri più brevi e più facili.


Questa volta, poiché non l’ho mai percorso prima, e per non sbagliarmi, come la domenica passata, sul Mercaturo, ho scaricato la carta IGM sul palmare. Partendo mi accorgo però che la georeferenziazione è errata, nella proiezione sulla carta sono notevolmente spostato rispetto alla posizione reale, devo aver confuso l’ellissoide di riferimento o qualche altra diavoleria. Il programma è obsoleto e non mi permette di reimpostare la carta mediante punti noti. Va bene ugualmente, mi accontento della quota che il GPS oggi mi dà con una precisione quasi al metro.


Devo dire che oggi mi è favorevole un altro elemento essenziale, la neve, per quanto scarsa a bassa quota (Mercoledì ero passato in zona e ce n’era molta di più, se continua questo caldo, per Pasqua non ce ne sarà granchè), tanto che spesso devo togliere e mettere gli sci nei punti più esposti al sole.
Oltre i 1600m invece la copertura è continua, la neve è bella trasformata rispetto alla domenica precedente, portante. Mi permette di tagliare in sicurezza i pendii del Morrone e poi dell’Uccettù, che con altre condizioni, sarebbe stato ben più problematico.

Fosso di San Michele

Lo spirito dell’esploratore viene fuori nella difficoltà: se tutti i fossi che uno trovasse ed aprisse fossero posti meravigliosi, gli esploratori si conterebbero a decine. Se invece la maggior parte delle volte e del tempo si tratta di ravanare in posti infidi, in spinai interminabili, si compie una sorta di selezione naturale: solo gli individui più motivati trovano la ispirazione per continuare; i più testardi, a dispetto delle esperienze contrarie, ripetono nuovamente i medesimi errori, trovando nuovi posti infidi e spinai da attraversare. Una mente sana, di fronte ad una ripetuta conferma delle esperienze negative, si fermerebbe. Un matto od un esploratore no, perché la sua mente contorta è mossa da una molla tutta interiore, che lo spinge, nonostante tutto, ad una coazione a ripetere. Poi, ogni tanto, tra centinaia di roveti, appare la Forra, l’Orrido mille notti sognato: ma neanche questa sarà la sua volta, il Fosso di San Michele può essere annoverato tra gli spinai da dimenticare.


L’attacco del fosso non è poi male, affacciato sulla valle del Turano, l’eremo di San Michele assiste alla nostra entrata nel greto.

Ancora ignari di quello che ci attende (ancora adesso, che digito sulla tastiera del portatile, mi tolgo qualche spina dai polpastrelli), scendiamo fiduciosi.

I 500 metri di dislivello e qualche fascia di roccie da superare ci significano che qualcosa di interessante dovremmo trovare.


Il torrente, nella sua discesa, intercetta svariate sorgenti, e l’acqua inizia a scorrere sempre più copiosa, ma mai fastidiosa.


Il sottobosco inizia ad infittirsi…


L’ultima cascatella, da qui in avanti sarà uno spinaio continuo per qualche centinaio di metri di dislivello e qualche ora di smadonnamenti.

Attorno al Mercaturo 2

Partiamo Domenica Luigi, Alessandro ed io con l’intenzione di fare il giro della Duchessa, risalendo per la Valle dell’Asino e scendendo per la Valle del Quartarone; mentre Lisa oggi rimane a casa.

Arrivati al valico di Lucoli, Alessandro opta per un giro a piedi per Campo Felice, rimaniamo perciò in due a mettere gli sci.


La neve fresca è morbida ed umida, si fa fatica ad aprirsi la strada, lungo il percorso si aggiunge a noi Piero, esperto fondista. Risaliamo la valle dell’Asino e sbuchiamo sul Mercaturo.


La neve abbondante ha trasformato il paesaggio.


Sul Mercaturo sbaglio il passaggio chiave, invece di prendere a destra dell’Uccettù e svalicare sopra il Lago della Duchessa, vado a sinistra e ci troviamo sopra la valle del Quartarone, in corrispondenza del rifugio Campitelli.

Ci fermiamo al rifugio il tempo di un panino e ripartiamo optando per risalire il Quartarone e svalicare in corrispondenza del valico della Torricella, traversare fino al valico del Morretano e ridiscendere per la valle del Morretano. Al rifugio si aggiungeranno alla nostra comitiva altri due sciatori.

La salita del Quartarone è tosta, aprire il percorso fino al Mercaturo mi è costata energia che ripago ora, le ultime centinaia di metri fino al valico mi sembrano interminabili.

Finalmente arriviamo, da qui in avanti sarà tutta discesa.

foto di Pierangelo Sozzi

Ci godiamo il panorama, e poi prendiamo a traversare verso il Morretano.


Ci dobbiamo sbrigare, l’imprevisto cambio di programma ha allungato la nostra tabella di marcia, Alessandro ci aspetta a valle.

Attorno al Mercaturo 1

Stavo risistemando le foto di Domenica quando sotto gli occhi mi è caduta la seguente immagine.

Non so per quale motivo una foto possa risaltare rispetto alle altre, soprattutto se ce ne sono altre più belle, nel senso di presentare un paesaggio più articolato, con maggiore profondità, una tavolozza di colori più varia,…

Eppure questa mi ha fatto balenare qualcosa in testa, vediamo un pò cosa: un uomo solo, attorno a lui il vuoto, un paesaggio vuoto e spoglio, bianco fin quasi all’orizzonte, ma non fino all’infinito, il bianco è contenuto dalla cerchia delle montagne; questo spazio è grande sì, ma finito e contenuto, circolare. L’uomo è solo ma al contempo protetto in uno spazio finito. Lo spazio non è vuoto perchè l’uomo è al centro della circonferenza delle montagne, e lo spazio è spazzato dai raggi che partono dall’uomo per giungere alla periferia della circonferenza, il vuoto è riempito da linee di forza che congiungono l’uomo alla periferia delle montagne.

L’immagine genera un contrasto tra l’immagine percepita dalla retina e quella elaborata: vuoto – energia, infinito – finito, solitudine – relazione con le cose.

Questo contrasto stuzzica la mente e rende l’immagine bella.

Balzo 45

Un paio di settimane fa, scendendo il Dannote, a balzi di Grotti, Michele mi aveva fatto notare una fascia di pareti nella parte alta del Balzo 45, il colatoio che scendeva di fronte a noi, leggermente spostato sulla sinistra, nella parte opposta della Valle del Salto.

La cosa ci aveva incuriosito, e ieri, vista la giornata primaverile, abbiamo pensato valesse la pena farci un salto, prendendo il fosso dall’alto.

 
Avvicinamento facile per una mulattiera e poi sentiero di servizio dei boscaioli, ed in breve siamo nel greto. Il greto è sempre aperto, ed il fondo è viscido come un sapone, per cui, dove possibile, preferiamo scendere tenendoci ai suoi margini nella boscaglia.

Arrivati sopra la fascia di roccie, scendiamo un primo salto armando su albero, il secondo in successione non ha ancoraggi naturali, per cui Michele sfodera l’arma segreta, il trapano a batteria.

Scendi, scendi arriviamo al balzo finale

Ho l’onore di scendere per primo, per poter scattare poi qualche foto da basso.

Michele, felice come non mai.

Arrivati in basso, abbiamo occasione di familiarizzare con i cani del fattore (chissà se ho ancora l’odore di Pippo).