Appunti di Torrentismo

Sono stati appena pubblicati degli appunti su una sana attività all’aria aperta che si chiama torrentismo. Ringrazio gli autori: Emanuele Abbazia, Donato Brienza, Marco Damiani, Edoardo Malatesta, Stefano Siloni, oltre al sottoscritto.

Cliccando sulla copertina qui sotto è possibile accedere gratuitamente all’intero contenuto dell’opera. Il libro è fruibile online, ma non scaricabile.

copertina

Nuova traversata speleo-torrentistica Is Angurtidorgius – Riu Tùvulu

Da mesi con Michele pianificavamo di realizzare una traversata speleo-torrentistica in Sardegna, una sorta di nuova Donini.

Eravamo stati (con Guido e Betty) proprio per questo una prima volta (nell'aprile del 2010) a fare un sopralluogo ad Is Angurtigorgius, l'inghiottitoio sopra l'altopiano di Quirra, proprio all'interno del poligono militare di Perdasdefogu, sfruttando le ultime ore rimaste prima della partenza del traghetto per il continente, ma la grotta ci aveva portato via più ore del previsto, ed avevamo dovuto rinunciare ad affacciarci dalla risorgenza, ma eravamo certi di aver trovato la strada giusta nel dedalo di biforcazioni, nonché avevamo superato il punto chiave, uno pseudo-sifone che sembrava ci sbarrasse la strada.


Già durante questa ricognizione ci eravamo resi conto di essere entrati in un mondo fantastico; oltre a delle concrezioni dalle forme e colori soprannaturali (la montagna cinese), avevamo registrato la presenza dell'euprotto sardo, del quale abbiamo poi segnalato l'avvistamento all'ente forestale (nell'ambito del loro progetto di conservazione della specie), essendo una specie endemica (vive solo in sardegna e corsica) a rischio di estinzione: ciò a testimonianza dell'integrità di questi luoghi e monito ad una sempre maggiore attenzione a chi intende ripercorrerli.


Il progetto era poi stato rimandato a causa di problemi di salute che hanno fermato Michele, fino all'inverno.

Il 13 Novembre 2010 sembra essere arrivato il giorno giusto, riuscito a vincere (non così difficilmente, devo ammettere) l'iniziale riluttanza di Michele, ancora convalescente e non in perfette condizioni fisiche, sbarchiamo in Sardegna, ed insieme a Guido e Betty, ci imbarchiamo in questa nuova avventura.

Fino al giorno prima ci sono state esercitazione nel poligono, ma dalle informazioni che sono riusciti a reperire gli amici sardi, oggi, che è sabato, sono sospese; perciò nessun blocco dovremmo trovare al check-point di entrata.

Così è. Ci dirigiamo verso l'inghiottitoio e vi entriamo. Ripercorriamo sicuri il percorso di aprile, ritrovando gli stessi segnaposti impressi nella memoria: bivio a sinistra, bivio a destra, tratto a nuoto, strettoia, galleria allagata e volta a cuspide.


Qualche strana creatura cattura la nostra attenzione, ma non essendo biologi non riusciamo a darle un nome


Raggiungiamo e superiamo il limite del precedente sopralluogo ed in breve raggiungiamo la risorgenza cascata Is Canneddas de Tùvulu, che esce in parete sul fianco dell'altopiano di Quirra e forma il rio omonimo. Di questa cascata (quanto del rio sottostante) non risulta documentata alcuna precedente discesa.

Mi ero prefigurato mentalmente il momento dell'apparizione della risorgiva, quando nel buio completo della grotta iniziavano a infiltrarsi bagliori verdastri e cangianti per il riverbero dell'acqua in movimento, e l'acqua passava da elemento liquido ad etereo diventando essa stessa luce.

Ma ero condizionato dall'uscita della Donini;  qui l'effetto teatrale della luce che attraversa la materia liquida e si sostituisce ad essa (come è nella cascata di Su Cunnu 'e s’Ebba) manca completamente; qui l'effetto piuttosto è quello di uscita dalle viscere della terra, di un cono di luce bianco che taglia il buio, poi il cono inizia a prendere le varie tonalità del verde, come la pupilla inizia ad abituarsi alla luce intensa, segno di un mondo vegetale che incombe da fuori (e che impegnerà la nostra discesa per le molte ore successive)


Infatti arrivati alla base delle Canneddas ci si staglia la foresta tropicale, un ammasso di rami aggrovigliati gli uni agli altri, appesantiti dal proprio peso e da quello altrui, come fossero mangrovie.

Indovinare la strada all'interno di questo labirinto è difficile, a volte dobbiamo tornare sui nostri passi e tentare un altro passaggio.


Alla fine risulta sempre 'relativamente' più comoda la via dell'acqua. Il posto è decisamente selvaggio, e la presenza umana è decisamente molto limitata.

In concomitanza con il calare del buio, riusciamo infine a venirne a capo.

Resistenza delle corde ultrasottili

Argomento di questo post è un'analisi assolutamente teorica della resistenza delle corde ultrasottili.

Per corde ultrasottili si intende quelle corde composte da fibre ad alta tenacità (Dyneema, Kevlar, Vectran o PBO), di diametro molto sottile (usualmente da 6 millimetri), e ne stiamo parlando nell'ambito di applicazione del torrentismo, (vedi Michele Angileri, Torrentismo con corde ultrasottili).

Come dicevo, l'analisi di resistenza è puramente teorica in quanto ad oggi non sono state messe in atto delle prove pratiche con strumentazione scientifica quali dinamometri, e ripetute in condizioni controllate di laboratorio.

Le uniche prove che abbiamo effettuato, se tali si possono chiamare, sono state quelle empiriche, sul campo, nell'uso che dal 2004 ad oggi abbiamo effettuato, in forra, nelle situazioni più disparate (documentate per inciso anche qui, qui o qui).

L'unica certezza che ad oggi abbiamo è che queste corde hanno un fattore di caduta inferiore a 2, ovverossia cadendo di 2 metri su un metro di corda, la corda certamente si romperà; le tecniche che abbiamo perfezionato, sono perciò tese ad evitare sempre che questa condizione si realizzi.

Ma qual'è il fattore di caduta di queste corde? C'è chi ipotizza 1, chi addirittura meno: 0.8, 0.9. Ma in realtà ad oggi ancora non lo sappiamo.

L'unico studio che ho trovato sulla resistenza di questi materiali è su www.speleocrasc.it dove nell'articolo sulle 'Longe, bilonge, trilonge' appare incidentalmente un confronto con tre tipi di corde ad alta tenacità: una Dyneema da 6mm, una Dyneema da 8mm ed una Kevlar da 5,5mm.


I risultati sono parecchio deludenti, la corda in dyneema da 6mm ha un carico di rottura di 603kg ed è in grado di assorbire un'energia pari  a 278J, come riportato nella seguente tabella.

Tipo di corda

Condizione

Lunghezza campione (m)

Lavoro alla rottura (J)

Carico di rottura (kgp)

Tipo di rottura

Edelrid ss 10 mm SS

Nuova

0,5

2292

1830

Nel nodo

Beal Antipodes 10 mm

Nuova

0,5

2312

1613

Nel nodo

Beal Edlinger 9,8 mm (dinamica)

Nuova

0,5

2787

1058

Nel nodo

Repetto Dyneema 8 mm

Nuova

0,5

640

1261

Nel nodo

Repetto Dynema 6 mm

Nuova

0,5

278

603

Nel nodo

Courant Kevlar 5,5 mm

Nuova

0,5

251

712

Nel nodo

Per fare un confronto con tale energia, un uomo di 80Kg che cade per 1 metro (fattore di caduta 2, su una corda di 50cm), genera un'energia di 785J, cioè più del doppio dell'energia che è in grado di assorbire la corda.

Facendo due conti, il fattore di caduta della dyneema presa in esame, è inferiore a 0,7!!!

Fortunatamente le corde ad alta tenacità che utilizziamo, con anima in Vectran, pur avendo lo stesso diametro (6mm), hanno un carico di rottura dichiarato molto più alto, 1765 Kg, contro i 603 Kg della precedente.

Inoltre abbiamo un secondo dato ufficiale, che utilizzerò in seguito, che è l'allungamento della fibra alla rottura. Questo dato ci servirà e tra poco vedremo il perché. Per il Kevlar è del 1,5-4,5%, per il Dyneema 2,3-3,9%, per il Vectran 4-5%

Intanto analizziamo il grafico precedente.

Nel grafico precedentemente riportato troviamo sull'ascissa l'allungamento delle corde, sull'ordinata la forza di trazione, prima del punto di rottura, queste generano delle curve caratteristiche. Dall'andamento di queste curve si capisce che ogni corda ha una resistenza all'allungamento che è funzione dell'allungamento stesso ma che non è una funzione lineare.

Cioè non abbiamo un comportamento tipico della molla dove F = k*s, perché in tal caso non troveremmo delle curve, ma delle linee rette aventi origine nell'origine degli assi.

La curva potrebbe essere una catenaria o più probabilmente una parabola, ma per l'approssimazione dei nostri calcoli fa poca differenza (perché vogliamo poi andare a calcolare l'area al di sotto della curva).

Diciamo che con una certa approssimazione F = k*s² , cioè la forza di trazione è proporzionale al quadrato dell'allungamento, dove il valore di k è tipico della corda.

Più la corda è dinamica minore sarà il valore di k, più sarà rigida la corda maggiore sarà il valore di k.

Se anche la nostra Vectran avrà l'andamento caratteristico del grafico, come ci aspettiamo, possiamo andare a calcolare il suo coefficiente k caratteristico.

Conosciamo la forza massima applicabile (carico di rottura), 1765 Kg peso.
Per calcolare l'allungamento massimo alla rottura consideriamo i tre valori precedenti (Kevlar 1,5-4,5%, Dyneema 2,3-3,9%, Vectran 4-5%); anche se il Vectran ha un allungamento maggiore degli altri due materiali, consideriamo la situazione maggiormente cautelativa, che l'allungamento sia pari a quello del Dyneema. In particolare il Dyneema da 6mm nel grafico ha un allungamento di circa 0,11m, per la Vectran consideriamolo di 0,1m, riepilogando:

F= 1730 daN , s = 0,1m

k = F/s² = 1'730'000 N/m²

Quale sarà l'energia assorbita dalla nostra corda prima della rottura?

     ⌠             ⌠                 k
L =⎮ F*d s= ⎮k*s²*ds = —*s³ = 577J
     ⌡∆s        
⌡∆s             3

Ovverosia il Vectran avrà un fattore di caduta pari all'incirca a 1,47

Valore ovviamente da verificare sperimentalmente!!!

Miniteoria dei tuffi in forra – parte seconda – La spinta, lo stacco, la traiettoria in aria

La spinta

Mentre spicca il salto il tuffatore porta la sua velocità da fermo (v0) a vx in un tempo ∆t

Ciò può farlo con un salto da fermo, oppure facendo precedere il salto finale da una rincorsa.

In entrambi i casi si applica il teorema dell’impulso:


Fx*dt= m*(vx-v0) = m*vx
⌡∆t

dove m è la massa, vx è la velocità orizzontale finale, v0 è la velocità iniziale (uguale a zero), e Fx è la componente orizzontale della forza di spinta

Supponiamo, per semplicità che la forza di spinta sia costante nel tempo ∆t (altrimenti dovremmo mantenere la forma integrale), nella realtà la forza si presenta con dei picchi in corrispondenza ai momenti in cui il tuffatore poggia un piede a terra, e nulla in quei momenti in cui il tuffatore è in aria con entrambi i piedi:

Fx*∆t = m*vx

Confrontiamo due tuffi, uno da fermo, l’altro con rincorsa, la cui velocità orizzontale finale vx sia la stessa.

in tal caso il prodotto Fx*∆t sarà uguale in entrambi i casi, per cui al diminuire di un fattore aumenterà l’altro.

Se il tuffatore spicca il salto da fermo, ∆t1 sarà una frazione di secondo, e quindi Fx sarà alta

Se il tuffatore spicca il salto prendendo la rincorsa, ∆t2 sarà la durata della rincorsa, dell’ordine del secondo, e quindi Fx sarà più bassa

Da fermo : F1 = m*v/∆t1
In rincorsa: F2 = m*v/∆t2

F1/F2=∆t2/∆t1

Per cui, la componente orizzontale della forza di spinta è inversamente proporzionale al tempo di rincorsa.

Lo stacco.

A differenza del tuffo dal trampolino, nel quale il tuffatore sfrutta l’elasticità del trampolino per imprimere una rotazione nel proprio corpo.

In forra il salto avviene da un punto solido non elastico, ed il tuffo avviene sempre mantenendo il corpo in posizione verticale con la testa in alto e le gambe in basso, con la minore possibile rotazione del corpo durante la traiettoria in aria.

Nell’attimo di stacco dal punto di appoggio, il tuffatore sarà soggetto a due forze, la forza F di rincorsa, originante sui piedi ed avente direzione lungo l’asse delle gambe , e la forza di gravità, avente origine nel baricentro, di intensità m*g, e direzionata verso il basso.

Per la seconda equazione cardinale della dinamica, la variazione del momento angolare L rispetto ad un punto arbitrario (polo) è pari alla somma dei momenti delle forze esterne

dL/dt = Sum(r x F) – v X Q

se consideriamo come polo il centro di massa, il momento della forza di gravità è nullo e vXQ sarà nullo,
per cui l’equazione precedente si semplifica e diventa:

dL/dt = r*F*sin α

dove r è la distanza tra i piedi ed il centro di massa ed α l’angolo tra il vettore F (che abbiamo detto essere disposto lungo l’asse delle gambe) ed il vettore che unisce il centro di massa ad i piedi, orientato nella direzione dei piedi

Poiché per un corpo rigido L = I*ω dove I è il momento d’inerzia, e ω la velocità angolare, l’equazione diverrà:

d(I*ω)/dt =r*F*sin α

Poichè il momento angolare iniziale è pari a zero e supponendo che nell’attimo del lancio il momento d’inerzia del tuffatore sia costante (cioè la disposizione delle parti del corpo del tuffatore non vari) avremo che

d(I*ω)/dt= I*dω/dt = I*ω/dt

sostituendo nella precedente:

I*ω= r*F*sin α * dt,

Più la forza di spinta F è nella direzione del centro di massa, ovverosia più l’asse delle gambe è parallelo alla linea ideale che unisce i piedi alla parte anteriore della terza vertebra lombare (che è all’incirca la posizione del baricentro di un corpo in posizione eretta a riposo), più l’angolo α è uguale circa a 180°, e sin α = circa a 0

più ω = r*F*sin α *dt/I è vicina allo zero.

Meno il tronco del tuffatore sarà inclinato in avanti rispetto alle gambe, meno il tuffatore imprimerà una rotazione in avanti al proprio corpo.

Della forza di spinta F abbiamo visto che la componente orizzontale aumenta o diminuisce a seconda che vi sia o meno una fase di rincorsa.

Poiché il vettore F, per evitare la rotazione in aria, deve essere nella direzione del baricentro, la componente verticale del vettore aumenta o diminuisce in proporzione alla sua componente orizzontale.

Questo significa che in un tuffo con rincorsa (dove la componente spinta orizzontale è più bassa), la spinta verso l’alto nello stacco finale potrà essere molto minore di un analogo tuffo da fermo, e quindi un tuffatore in rincorsa correrà meno il rischio di trovarsi a roteare in aria.

D’altra parte il tuffo in rincorsa è più difficile rispetto ad una partenza da fermo in quanto il tuffatore può rischiare di scivolare sui punti di appoggio (che vengono via via toccati in maniera dinamica).

La traiettoria in aria

Durante la traiettoria in aria il tuffatore dovrà compensare due tipi di rotazione: una rotazione trasversale ed una sagittale.

La rotazione trasversale è la rotazione del corpo in avanti attorno all’asse passante per il baricentro e che attraversa idealmente i fianchi.

La rotazione sagittale è la rotazione del corpo verso il fianco destro o sinistro attorno all’asse passante sempre per il baricentro ma che attraversa la pancia e la colonna vertebrale.

Per la legge di conservazione del momento angolare il momento angolare si conserva in assenza di momenti torcenti esterni.

L= I*ω

poiché in aria il corpo è soggetto all’unica forza esterna che è la gravità, applicata al proprio centro di massa, il momento risultante delle forze applicate esterne è nullo, e quindi si conserva il momento angolare

Questo significa che una volta che il tuffatore avrà impresso il momento angolare L all’atto dello stacco:

L = I*ω= r*F*sin α * dt,

quel momento angolare si conserverà per tutta la traiettoria in aria.

Poichè L è costante, ed L è il prodotto di I*ω,

per poter diminuire la velocità di rotazione ω, e controllare meglio il tuffo, il tuffatore potrà aumentare il momento di inerzia I (in quanto il prodotto I*ω si mantiene costante).

Il momento d’inerzia I si calcola come la somma del prodotto delle masse m per il quadrato della distanza r dall’asse di rotazione, secondo la formula:

Per cui spostando opportunamente le parti del corpo, è possibile variare tale sommatoria.

Ad esempio, alzando le braccia verticalmente in aria, allontaneremo le braccia dal baricentro, ed aumenterà sia il momento d’inerzia trasversale It che quello sagittale Is

Al contrario, accucciandosi (cioè portando gambe e braccia al petto), avvicineremo gli arti all’asse di rotazione trasversale, e diminuirà il momento d’inerzia trasversale It

Il momento d’inerzia trasversale It di un corpo umano in posizione eretta a riposo è tra i 10,5 ed i 13 Kg*m^2

Se alziamo le braccia, la sommatoria che compone il momento d’inerzia, aumenterà di un addendo pari al peso delle braccia, moltiplicato per la distanza dall’asse: 2*5*0,5^2, cioè di 2,5 Kg*m^2

Il momento d’inerzia trasversale It di un corpo umano accucciato è tra i 4 ed i 5 Kg*m^2

It(accucciato) * ωt(accucciato) = It(eretto) * ωt(eretto)

ωt(accucciato) / ωt(eretto) = It(eretto) / It(accucciato) = 2,6

Questo significa che se durante la traiettoria in aria il tuffatore passa da una posizione eretta a una posizione accucciata, la sua velocità di rotazione aumenterà di 2,6 volte.

Se invece il tuffatore alzerà le braccia, la sua velocità di rotazione trasversale diminuirà all’incirca del 20%

Abbiamo appena analizzato la rotazione trasversale, passiamo ora a quella sagittale.

Abbiamo detto che la rotazione sagittale è quella che fa ruotare il corpo su di un fianco.

La rotazione sagittale sarà sempre pressoché nulla, ma piccole imprecisioni nella fase di stacco possono dover essere corrette durante il volo.

Anche la rotazione sagittale seguirà durante la fase in aria, la formula Is * ω = costante

Il momento d’inerzia sagittale Is di un corpo umano in posizione eretta a riposo è tra i 12 ed i 15 Kg*m^2

La rotazione potrà essere corretta allargando le braccia dal corpo in posizione orizzontale (a mo’ di volo d’angelo), in tal caso il momento d’inerzia sagittale aumenterà, facendo diminuire la velocità di rotazione sagittale.

La migliore posizione del corpo per contrastare la rotazione attorno ad un asse non necessariamente corrisponde alla migliore posizione per contrastare la rotazione attorno ad un altro asse, per cui generalmente si dovrà trovare una via di compromesso, con una posizione del corpo intermedia.

Ad esempio la posizione delle braccia che aumenta contemporaneamente il momento d’inerzia trasversale e sagittale è la posizione in aria a 45° dalla testa, se dovessimo contrastare maggiormente una rotazione trasversale alzeremmo ulteriormente le braccia, se dovessimo contrastare maggiormente una rotazione sagittale abbasseremmo ulteriormente le braccia (fino alla posizione orizzontale).

In tutto questo discorso, la resistenza dell’aria non c’entra, le velocità in gioco sono talmente basse che la resistenza è trascurabile.

Miniteoria dei tuffi in forra

Prendiamo per semplicità come riferimento la scala qualitativa delle difficoltà dei salti formulata da Antonini.

1° Grado: Salto semplice di altezza non superiore a 5 metri, con partenza ed arrivo senza alcuna difficoltà in vasca di ricezione ampia e profonda; ottima visibilità del fondo; traiettoria di lancio lontana da ostacoli.

2° Grado: Salto di altezza fino a 10 metri, con partenza e/o arrivo che possono presentare qualche difficoltà (es. partenza scivolosa, inclinata, con slancio o rincorsa); vasca di ricezione sufficientemente ampia ma con zona d'impatto circoscritta; profondità al limite; la traiettoria di lancio presenta pochi margini di errore.

3° Grado: Salto di altezza anche superiore a 10 metri e/o con partenza/arrivo che presentano notevoli difficoltà (es. partenza da cengia o da posizione precaria etc.); vasca di ricezione di ridotte dimensioni e/o profondità generalmente insufficiente in cui è necessario ammortizzare l'impatto; la traiettoria di lancio deve essere precisa e non sono ammessi errori (lo spettro di una vita in carrozzella è sempre presente in questo tipo di salti).

Chiediamoci a questo punto come cambia la difficoltà del tuffo in funzione dell'altezza?

Trascurando la rotazione, la postura e la velocità e l'angolo di entrata in acqua, limitiamoci alla percezione visiva della pozza di ricezione.

La visuale che si presenta al torrentista della vasca di ricezione può essere espressa matematicamente come l'angolo solido, con vertice sull'osservatore, sotteso dalla vasca.

Più lontana ed angolata si presenterà all'osservatore la vasca, più basso sarà il valore dell'angolo solido, più precisa dovrà essere la mira del tuffatore.

Al contrario, più vicina e meno angolata si presenterà la vasca, maggiore sarà il valore dell'angolo solido, meno precisa potrà essere la mira del tuffatore.

Tralasciando il ragionamento matematico, la formula per calcolare l'angolo solido è la seguente:

Dove Y1 è l'altezza dell'osservatore rispetto ad una pozza circolare spostata di X1 dalla verticale, di raggio (X2-X1)/2

Per un tuffo di 5 metri, con pozza pressoché sulla verticale (0,1 metri) di 1,95 metri di raggio, l'angolo solido sarà di 0,35 steradianti.

Per un tuffo da 10 metri, con pozza posizionata in ugual modo, l'angolo solido sarà invece di 0,11 steradianti, ovverosia una misura oltre 3 volte inferiore. Dovremo cioè centrare un obiettivo che appare tre volte più piccolo.

Abbiamo appena visto una misura quantitativa della precisione di mira; veniamo ora a dare una misura della precisione del lancio.

Trascurando la rotazione del corpo, la postura la velocità e l'angolo di entrata in acqua, vediamo solo la componente spinta in orizzontale che deve fornire il tuffatore per centrare la pozza.

Tralasciando sempre il ragionamento matematico, la velocità di spinta orizzontale è:

Dove g è la costante di gravità, Y1 l'altezza del tuffatore ed X la distanza dalla verticale del punto di impatto. Nella formula si è trascurata, date le modeste velocità in gioco, la resistenza dell'aria.

La velocità di spinta che il tuffatore si deve dare è perciò inversamente proporzionale alla radice quadrata dell'altezza e direttamente proporzionale alla distanza dalla verticale del punto di impatto.

Un tuffatore che si tuffa da 5 metri in una pozza pressochè sulla verticale (0,1 metri) di 1,95 metri di raggio, dovrà imprimere una velocità orizzontale tra i 0,1 m/sec ed i 3,96 m/sec. Potrà giocarsi cioè un delta di velocità di 3,95 m/sec.

Un tuffatore che si tuffa da 10 metri in una pozza pressochè sulla verticale (0,1 metri) di 1,95 metri di raggio, dovrà imprimere una velocità orizzontale tra i 0,07 m/sec ed i 2,80 m/sec. Avrà un delta di velocità inferiore al precedente, pari a 2,73 m/sec; avrà cioè un margine di errore inferiore rispetto ad un tuffo più basso sulla stessa vasca.

Analizziamo ora la velocità di entrata in acqua:

Da 5 metri di altezza la velocità di entrata è di 9,89 m/sec

Da 10 metri la velocità è di 13,99 m/sec, quindi di circa 4 m/sec superiore al caso precedente.

continua qui

Vallone Porto – seconda parte


Visualizza Monti Lattari in una mappa di dimensioni maggiori

Lunedì 7/12/09, Michele ed io abbiamo sceso la seconda ed ultima parte del Vallone Porto (Positano – Costiera Amalfitana), cioè quel tratto che da quota 500mt (il sentiero basso degli dei) arriva praticamente a mare.

La concatenazione Porto alto, Porto basso, con i suoi 800 metri di dislivello rappresenta a mio avviso il più bel percorso torrentistico della Campania (superato forse solo dal Vallone dell’Inferno sul Cervati – Cilento), una piccola Val Serviera campana.

Fossile nella prima parte, quanto attivo nella seconda, alimentato da sorgenti perenni che emergono tra gli strati di calcare.

Le due parti accomunate da un meandreggiamento semi-ipogeo scavato nelle fasce calcaree alte ciascuna trecento metri, e che supera per metà scavandovi nel ventre, e per la seconda metà emergendovi con calate aeree.

Avevamo qualche dubbio sull’altezza della cascata in uscita dal semi-ipogeo della seconda metà, non si capiva esattamente da quale punto della parete saremmo sbucati, ma valutavamo all’incirca in 70, 80 metri massimo l’altezza della calata.

Un secondo elemento di dubbio era la portata; volevamo avere una valutazione più esatta della portata dell’acqua nel tratto stretto e meandreggiante, perché all’incognita dell’esplorazione non volevamo si aggiungesse anche l’incognita della portata, che avrebbe aumentato la complessità tecnica della progressione oltre il limite del ragionevole dubbio intrinseco nello scendere un itinerario non conosciuto.

Per sciogliere quest’ultimo dubbio abbiamo quindi pensato di fare una deviazione (avevamo una sola autovettura da lasciare in corrispondenza del ponte dell’entrata intermedia) e di risalire fin dove possibile il torrente dall’uscita, per avere una diretta valutazione della portata.

Durante questa perlustrazione abbiamo incontrato il ‘genius loci’.

Finora non ho mai dedicato una nostra discesa ad una persona, ma in questo caso devo fare un eccezione, perché mai come ora trovo la cosa appropriata.

Non è quasi mai possibile identificare un luogo con una persona, magari con una specie animale o con una pianta sì, ma con un essere umano quasi mai.

Ma se scopriste che un eremita artista vive all’interno di un canyon da quasi quarant’anni ? Se scopriste che la sua vita è dedicata a preservare l’integrità del luogo, andando anche contro una comunità locale che per quattro soldi si svenderebbe (e si è iniziata a svendere) un tesoro naturale? Se scopriste tramite la sua bocca che nel vallone vive la salamandra dagli occhiali e l’antichissima felce pteris vittata, relitto dell’ultima glaciazione?

Scoprireste anche che esiste nel vallone un rudere settecentesco con tanto di fontana ornamentale, e che è assurdo il solo pensare di trovare qualcosa del genere in un bosco primordiale (è come trapiantare Villa d’Este nella foresta amazzonica). Pensereste anche voi che è assurdo vivere in una valle chiusa attorniato da pareti alte trecento metri, dove l’occhio non riesce a spaziare in senso orizzontale, e dopo uno due giorni verreste colti da un senso di claustrofobia.

E invece tutto questo è possibile; l’eremita, superata l’iniziale comprensibile diffidenza, si mostra più accogliente ed umano di un cittadino da condominio alveare, categoria alla quale io (e milioni di miei simili) appartengo.

Ci invita dentro casa sua. Per casa ovviamente non si intende casa in senso proprio di edificio in muratura, ma di spazio aperto con attiguo orto e sullo sfondo una sorta di tempietto buddista (che funge anche da riparo notturno e da libreria), nello spazio aperto si articola anche un sistema idrico costituito da canali aperti e vasche a caduta, relitto probabilmente della fase settecentesca.

Lo spazio aperto, escluso l’orto e la zona tempio è in balia di un branco di cani, ne ho contati all’incirca tra i venti ed i trenta. Parlare in mezzo ai cani risulta difficile, il branco ondeggia e si muove attorno a noi, ci sono precise gerarchie sociali, per cui gli elementi che si avvicinano troppo a noi vengono redarguiti dagli individui dominanti che invece pretendono un posto in prima fila. Il fine di quell’ondeggiamento è per noi chiaro, il panino che io ho in mano e l’arancia che sta smozzicando Michele sono un motivo più che sufficiente per destare il loro interesse, in un equilibrio instabile con la devozione per il loro padrone che gli impone di frenare i loro istinti.

Ne farà le spese lo zaino di Michele, dimenticato per qualche secondo per terra, verrà ‘segnato’ da un paio di loro.

Torniamo infine al torrente. Rassicurati sulla portata, addirittura inferiore a quella trovata un mese e mezzo fa, nonostante le pioggie che si sono nel frattempo abbattute, testimonianza del fatto che il tempo di attivazione delle sorgenti è lento e dilazionato.

L’artista-eremita, informato della nostra intenzione di scendere il vallone partendo da sopra la fascia di roccie che ci sovrasta, trasecola.

Mi immagino i suoi pensieri:

Per quarant’anni quelle rocce sono state il suo limite fisico, la demarcazione tra il suo mondo e l’aldilà, oltrepassare quel limite è una profanazione, è l’equivalente simbolico del tornare in vita dopo l’essere morti, del tornare al-di-qua dopo essere stati al-di-là.

Per di più questo passaggio avverrebbe lungo il corso delle acque, cioè l’elemento che dà vita al suo mondo; che alimenta le piante e le felci del bosco, che dà riparo ed habitat di riproduzione alle salamandre occhiate, che genera quelle belle colate di capelveneri e muschi, che alimenta le sue fontane a caduta ed irriga il suo orto.

Ed invece no: ci scruta con i suoi occhi profondi, le cui forme sono disegnate ed allungate da una matita da trucco (ho pensato, si trucca ogni giorno nonostante non veda gente da chissà quanto tempo), e ci chiede soltanto se saremo rispettosi dell’ambiente.

Michele prontamente risponde: ‘Porteremo via soltanto le nostre foto’.

E’ sufficiente. La sua fronte accigliata si apre, la bocca si scioglie in un sorriso: ci ha riconosciuto come esseri buoni, non come profanatori, come rispettosi della natura. Siamo i benvenuti; abbiamo il suo assenso.

Lo spirito del luogo si è aperto a noi, da questo momento niente potrà più accaderci e niente dovremo più temere.

Possiamo iniziare la nostra discesa …

La frana pensile

Nel post precedente, parlavo delle motivazioni che mi spingevano all’esplorazione, parlavo di una colossale frana che ingombrava i miei incubi, e che rappresentava la prossima misteriosa creatura che dovevamo affrontare.

Questo incontro ravvicinato è già avvenuto, appena sabato notte, quando arrivati in costiera amalfitana, studiamo l’uscita della forra, affacciati dal ponte del ‘sentiero basso degli Dei’.

Già questo primo approccio, nel buio, ci convince che la creatura che dobbiamo affrontare ha qualcosa di speciale, il che ci crea un sentimento misto di paura e fascinazione: il letto del torrente non è appena sotto al ponte, come la vegetazione fa credere, ma dai 50 ai 100 metri più basso, tra due strette pareti.

Michele ed io ci guardiamo l’un l’altro: e da lì sotto come usciamo? Poi nel buio scorgiamo una traccia andina che sfrutta una cengia ed arriva sul letto del torrente in corrispondenza di una captazione.

La mattina dopo (e 30 Km di navetta dopo), ci apprestiamo sul sentiero verso l’attacco, superiamo impensieriti la frana pensile che si è portata via anche il sentiero e siamo al primo salto.

Si và, dopo che la prima doppia viene recuperata, abbiamo una sola direzione per l’uscita, il ponte, 500 metri più in basso, ad un solo chilometro di distanza in linea d’aria.

L’aria di forra vera la si odora sin dalla partenza, le pareti verticali ai nostri fianchi si innalzano da subito, in una stratificazione di bianchissimo calcare compatto, la luce si affievolisce, e nonostante le ore del mattino avanzino, la luce si mantiene quella di un tardo pomeriggio.

Raggiungiamo la frana, che è arrivata fin dentro la forra, scendiamo per parecchie decine di metri su clasti enormi male appoggiati, fin quando le pareti si restringono, ed un enorme masso funge da tappo alla colata di sassi, da qui in poi è tutto pulito.

La creatura si disvela ai nostri occhi per tutta la sua maestosità, una piccola silenziosa Val Serviera si apriva sui fianchi dei Lattari, e nessuno se ne era mai accorto.

Anzi non proprio nessuno, troviamo tracce dei primi discesisti, speleologi molto probabilmente, per il tipo di armo, non meno di dieci anni fa.

Ci chiediamo come è possibile che un gioiello del genere sia rimasto conosciuto tra pochi adepti e poi evidentemente dimenticato.

Per noi comunque cambia poco, esplorazione o riesplorazione che sia, non ci toglie il senso della scoperta.

La forra come vi dicevo si disvela nella sua maestosità, l’ambiente ha le caratteristiche di un ipogeo, ma scoperchiato; usciamo da un corridoio a salti, su uno spalanco di una cinquantina di metri, tra pareti di centinaia di metri che si innalzano a strapiombo, tra colate di stallattiti e rampicanti che sfidano la gravità per andarsi a cercare la luce, fonte di vita per ogni creatura.

Stiamo ad appena 300 Km da casa, ma sembra di stare dentro un sotano messicano.

L’ambiente ipogeo prosegue, fin quando vediamo un corridoio buio di pareti illuminato in fondo dal sole, cos’è?

E’ la confluenza con il ramo destro, che intercettiamo con un salto di oltre cinquanta metri, in una vallata chiusa che sembra un pezzo di foresta strappata alle amazzoni e trapiantata qui.

Proseguiamo affondando i piedi nel sottobosco, non si riesce a vedere il terreno su cui poggiano.

Continuiamo a scendere fin quando intercettiamo un riparo di animali ed un sistema di teleferiche per il trasporto del legname, il cavo spicca il volo verso il basso, cinquanta metri più sotto, il fondo non si vede ma deve essere più o meno alla stessa altezza dei cavi.

Macché! Come scendo vedo i cavi volteggiare a mezz’aria, il fondo molto più sotto, ho due sacche da cento metri di corda ciascuna: il dubbio sorge, basteranno?

Un enorme sollievo mi prende quando vedo la sacca atterrare settantacinque metri più in basso, la corda basta.

Perché l’esplorazione

Cosa mi spinge a percorrere nuovi torrenti?

Accanto al motivo più ovvio, cioè quello della scoperta, ci sono altre ragioni apparentemente secondarie.

La prima è la fuga dalla moltitudine umana.

L’attività è di per sè selettiva, si fa in pochi, poche persone ben motivate, che devono faticare per raggiungere l’obiettivo, spesso dall’esito incerto; senza riconoscimenti, patacche od onori. Spesso ci si fa un mazzo per niente.

L’ambiente è spesso selvaggio, le abitazioni lontane, strade, i segnali della presenza umana sono pochi. Gli accessi a volte vanno inventati, facendosi largo nella vegetazione impenetrabile, a colpi di cesoie e smadonnamenti.

Si è consapevoli di far parte di una minoranza, tu scegli di star lì mentre la maggior parte della gente impegna il proprio tempo libero in un centro commerciale o davanti alla tivi. Con tutto il rispetto per entrambi, ma consapevole della differenza.

E’ una forma di misantropia verso il genere umano? Forse. Ma anche il bisogno di allontanarsene per poterlo accettare meglio, per ritornare carichi e ributtarsi con nuovo vigore nella mischia.

La seconda ragione è il mistero della natura.

In un mondo dove si sa tutto, dove si è andato dappertutto, si ha la possibilità di vivere la dimensione della scoperta anche vicino casa, pur non essendo un superuomo, ma un impiegato che fa l’attività sportiva per hobby e non per mestiere, e quindi nei ritagli di tempo rimasti liberi dal lavoro e dagli impegni familiari.

Per quanto si studi preliminarmente l’accesso e l’uscita di un canyon, per quanto lo si studi sulla ortofoto, per quanto lo si approfondisca, non lo si potrà conoscere bene se non mentre lo si percorre.

Prima di averlo percorso uno se ne fa un’immagine mentale, una prefigurazione intrinsecamente inesatta: questo è il mistero. Il canyon è come se appartenesse ancora ad una dimensione onirica, ha ancora una sagoma imprecisa e vive di una vita sua, come uno spirito della natura, che può essere buono o cattivo, ribellarsi alla nostra intrusione od accettarci.

La discesa nel canyon diventa quasi un rito di iniziazione, se esso ci reputerà degni ci aprirà le sue porte e ci disvelerà i suoi segreti.

In questa dimensione onirica vive ancora il prossimo canyon che apriremo. Una immensa frana pensile staccatasi dalla vetta della montagna, si affaccia minacciosa sul ciglio del burrone, enormi clasti di svariati metri cubi pronti a venire giù al primo starnuto.


All’uscita di un inforramento costituito da una stratificazione orizzontale di calcare compatto, percorreremo qualche centinaio di metri in religioso silenzio con la speranza che la montagna non si risvegli proprio in quel momento, ma che ci lasci passare.

Dopo cinquecento metri di dislivello, il che ci costringerà a portare 200mt di corda, per nostra tranquillità, saremo fuori.

A quel punto il sogno sarà finito e la forra dalla dimensione onirica passerà a quella reale, potremo catalogarla, classificarla, numerarne i salti e la scala di difficoltà, la digeriremo e le daremo una classificazione, entrerà nella tabella delle forre percorse, sarà incasellata tra le altre: un numero in più.

E via con il prossimo sogno.