Fosso dei Caprini

Ieri con Michele intendevamo chiudere il discorso con il Fosso del Molinaro, sul versante laziale della Laga; dopo aver sceso Iaccio Piano e Iaccio Porcelli, ci mancava il terzo affluente del Molinaro, il Fosso dei Caprini.

Il Fosso dei Caprini ce lo siamo tenuti per ultimo poiché era il meno promettente (dal punto di vista torrentistico) dei tre, e difatti la realtà non ha purtroppo sopravanzato le nostre aspettative.

In ogni caso l’ambiente è notevole, la vegetazione si presenta già nel pieno dei colori autunnali, con tutte le varazioni cromatiche (dal giallo, al rosso, al viola).

Le cime attorno a noi, Pizzo di Sevo, Cima Lepri, il Gorzano, sono macchiate di neve, ed il terreno è ancora inumidito dalle pioggie della settimana scorsa, testimonianza che il tempo e le temperature sono state qui ben diverse da oggi. Oggi, infatti, nella discesa sudiamo nonostante il nostro vestiario sia leggero.

Il canalone nel quale scendiamo è un ricettacolo di valanghe, ne sono prova i residui di erba, tronchi e sassi trascinati dentro.

pietrone con fossili

Salto massimo 35 metri, scorrimento solo nell’ultimo tratto, confluenza con gli Iacci, poco a monte della briglia. A mio avviso non merita una ripetizione.

Fosso del Diavolo

Sabato 20 Settembre, Michele ed io scendiamo un affluente del Salto, sui monti reatini, in un vallone boscoso che si apre in una proprietà privata.

Entrando nella proprietà incrociamo dei taglialegna.

Loro si trovano di fronte a due strani individui, che invece di passare i fine settimana come i loro simili in qualche centro commerciale o davanti alla tv a seguire il calcio e la formula uno, provano divertimento nello scendere valloni acquatici, e ci lasciano passare con in volto un’espressione mista tra lo stupore e la pena.

E mentre ci allontaniamo, veniamo apostrofati con un ‘ma che mestiere fate?!’, come se le forze e l’energie fisiche debbano essere impiegate per qualcosa di più produttivo che andarsene a zonzo per torrenti.

Quarta apertura in Costiera Amalfitana

Ieri, domenica 28 Settembre 2008, con Michele, abbiamo aperto la quarta forra sulla Costiera Amalfitana. Di seguito la situazione aggiornata:


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In verde il Vallone di Erchie, aperto il 28 maggio 2006
In blu il Vallone di Vecite, aperto l’11 giugno 2006
In rosso la Valle delle Ferriere, aperto il 25 giugno 2006
Mentre, il nuovo, in arancione è il Vallone Nocito, aperto ieri.

Il Vallone Nocito è un canalone che per 500 metri di dislivello, dall’abitato di Agerola si getta in mare all’altezza di Pogerola, attraversando una poderosa bancata di calcare compatto all’inizio, ed, a seguire, un calcare meno compatto a stratigrafia inclinata, in un anfiteatro di pareti strapiombanti.

L’ambiente, nonostante la selvaggeria, è stato sfruttato dall’uomo con opere di captazione per irrigare fazzoletti di terra ricavati su pendii aggettanti, e sfruttato dagli animali che hanno usato gli scavernamenti in parete come ripari, accedendovi mediante tracciolini andini.

La prima parte, nel calcare compatto, è costituita da salti notevoli che gettano il torrente, con una curva a sinistra, alla base di un’enorme parete strapiombante, intercettando e seguendo da qui la principale linea di faglia. L’ambiente qui è mozzafiato, l’inizio dei salti si presenta ai nostri occhi come uno spettacolo orrendo (inteso secondo l’estetica di Burke) che stimola il nostro senso estetico.

La parete strapiombante di fronte a noi, è più in basso di noi; il fondo della parete sul quale dovremo atterrare, è ancora più in basso, ed invisibile alla nostra vista, sembra essere aquile appollaiate prima di spiccare il volo.

Al senso del sublime di Burke manca però un ingrediente essenziale: la distanza che deve intercorrere tra l’osservatore, il soggetto che prova il sentimento di terrore, cioè noi, ed il pericolo, che deve essere tale da non mettere a repentaglio l’incolumità del soggetto.

In questo caso invece noi dobbiamo scendere nel baratro, e si apre l’interrogativo (nient’affatto di natura estetica) se le corde bastino o meno (ma basteranno, fortunatamente).

Nella seconda parte invece la stratigrafia diviene inclinata, il che favorisce la formazione di scivoli, il torrente presenta una sequenza di calate dall’altezza media.

La discesa termina con la calata più alta, che paradossalmente risulta meno impressionante rispetto alla prima successione, perché l’ambiente è meno aperto, aereo, e più inforrato, un salto appoggiato di 75 metri.

Dalla sua base, un piccolo acquedotto, che porta l’acqua ai campi vicini, verrà da noi utilizzato come via d’uscita.

Torrente Acquaniti

Neanche a farlo apposta, esattamente un anno fa, il 12 Agosto 2007, aprimmo quello che a nostro giudizio era il più bel percorso torrentistico della Sila, il torrente Colognati (vedi post http://andreapucci.satellitar.it/?p=15).

il video in streaming

A distanza di un anno, dobbiamo riformulare quel giudizio: il nuovo torrente sceso oggi, 12 Agosto 2008, il torrente Acquaniti (che scorre nel comune di Pietrapaola), se la batte, se non supera, come interesse torrentistico, il Colognati.


La giornata, dopo la pausa di fresco del Lunedì, è tornata particolarmente calda.
L’aria è afosa, un vento caldo si incanala da valle a monte, è un moto convettivo generato dal delta termico tra la pianura incandescente e la montagna più tiepida, e ci secca il respiro. La progressione, già difficile per le continue disarrampicate e la poca visibilità nelle vasche dal fondo pietroso ed instabile, è dura.

Non ho vergogna ad ammettere che verso la fine iniziamo ad accusare una certa stanchezza, e rallentiamo ogni tanto nel tentativo di recuperare le forze.


Il tratto di inforramento che troviamo è relativamente breve, ma continuo.

Dai segni dell’acqua e dalla morfologie delle discese intuiamo che in primavera la portata deve essere notevole, i primi che scenderanno la forra in quel periodo dovranno riarmarla in modo completamente diverso dal nostro armo esplorativo: per coloro sarà sicuramente una nuova emozionante avventura.



All’uscita dell’inforramento ci troviamo in un ambiente di clasti giganti.

La roccia è un conglomerato molto compatto.


La mappa dell’itinerario:


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Canale San Nocaio

Oramai è il secondo anno che scendo in Calabria, nel paese natìo di Michele, trovando ospitalità presso la sua eccezionale famiglia, eccezionale, perché oltre ad essere una famiglia affiatata, è costituita da persone particolari per doti personali e storie di vita, ognuna delle quali meriterebbe di essere narrata in un post specifico: una prova in più che buon sangue non mente.

Come arrivo la sera, la mattina del giorno dopo (sveglia alle 4:30), il 12 Agosto, ci spariamo subito una prima esplorazione: la parte alta del Canale San Nocaio, affluente del fiume Lao (vedi post http://andreapucci.satellitar.it/?p=11).

Il torrente si apre il corso in un grandioso ambiente di calanchi.

La temperatura è quasi primaverile, molto al di sotto della media stagionale, peccato che rimarrà così solo per un giorno.

La roccia in cui si apre il torrente è diversissima dagli strati orizzontali e compatti del vicinissimo Canale Castiglione, nonostante quest’ultimo confluisca poco più a valle del nostro.

Passaggio in una frana ciclopica.




Superato il tratto di inforramento, il torrente prosegue orizzontalmente, ma il greto viene invaso dalla vegetazione, intercettiamo una traccia di sentiero che ci porta fuori.

Fosso dei Carbonari

Abbiamo risalito ieri i 600mt della spalla sx del Fosso dei Carbonari, sul versante laziale della Laga, sotto un sole estivo.

Siamo arrivati agonizzanti all’attacco del fosso, anche l’acqua di scioglimento dei nevai sembra tiepida tanto la gionata è torrida, abbiamo preferito lasciare la muta dentro lo zaino e scendere con il vestiario normale, per trovare un pò più di refrigerio.

Il fosso è conosciuto ed è stato risalito lateralmente aggirando le cascate, in più punti dovendosene allontanare decisamente, ma nessuno lo ha prima di ora sceso in tecnica torrentistica seguendone il corso.

La continuità delle cascate è impressionante, a parte un tratto in cui ne abbiamo sceso in libera un paio, la norma è rilanciare la doppia direttamente dal punto dove ci si è precedentemente calati, senza quasi la necessità di avanzare di un metro.

Terminata la scarsa riserva idrica, ci approvvigioniamo direttamente dal torrente, ma l’acqua di scioglimento è talmente povera di sali minerali che bevo senza dissetarmi.

Le calate sono tante, i tiri da 50 metri si sprecano, arriviamo al punto di uscita alle 20:15, ma abbiamo un’altra ora e mezza di sentiero prima di giungere all’auto. Ci scordiamo la partita dell’Italia.

Più la giornata passa, più aumenta la portata, il sole fa il suo effetto sui nevai in quota.

Arrivo a casa a mezzanotte, trovo moglie e bimbi che dormono come angioletti: è arrivato finalmente il momento di potersi coricare.