Quattro giorni in Sardegna

Rientrato da quattro giorni di wilderness in Sardegna, più che il bottino di nuove forre messo a segno (nel numero di tre, ma potevano benissimo diventare quattro, se non ci si fosse messo in mezzo un piccolo contrattempo), pesano le sensazioni di una terra che ti colpisce per la sua unicità.

Oltre ad essere un grandioso monumento geologico, il supramonte di Oliena e quello di Baunei, ti colpiscono per il loro isolamento.


Gli antichi tracciati dei boscaioli, aperti nei primi del novecento, testimonianza di un’attività umana, e di un’economia che per poco tempo ha girato (come testimoniano le rovine di una dispensa per boscaioli, sperduta in mezzo ai monti), sono oramai tracciati quasi chiusi e semi-nascosti, battuti oramai solo da pochi escursionisti, mossi dall’intenzione di riscoprire quella testimonianza del passato (escursionisti a dire il vero così rari da trovare che, per la cronaca, in quattro giorni non ce ne siamo imbattuti neanche in uno).

Gli accessi alle forre sono difficili e lunghi, le navette a volte impossibili, richiedono lunghe ore per uscire dai rovi e dalla macchia mediterranea.

La difficoltà negli accessi è la spiegazione del perchè sia ancora oggi possibile scoprire tali tesori. Un motivo in più per ringraziare questa terra che si fa disvelare ai nostri occhi; nonostante noi siamo stranieri (non completamente, dal momento che un componente del gruppo era sardo) e profani (seppur non eretici).

Questa terra, seppur aspra, evidentemente ci ha accettato benevolmente.

Fosso dei Caprini

Ieri con Michele intendevamo chiudere il discorso con il Fosso del Molinaro, sul versante laziale della Laga; dopo aver sceso Iaccio Piano e Iaccio Porcelli, ci mancava il terzo affluente del Molinaro, il Fosso dei Caprini.

Il Fosso dei Caprini ce lo siamo tenuti per ultimo poiché era il meno promettente (dal punto di vista torrentistico) dei tre, e difatti la realtà non ha purtroppo sopravanzato le nostre aspettative.

In ogni caso l’ambiente è notevole, la vegetazione si presenta già nel pieno dei colori autunnali, con tutte le varazioni cromatiche (dal giallo, al rosso, al viola).

Le cime attorno a noi, Pizzo di Sevo, Cima Lepri, il Gorzano, sono macchiate di neve, ed il terreno è ancora inumidito dalle pioggie della settimana scorsa, testimonianza che il tempo e le temperature sono state qui ben diverse da oggi. Oggi, infatti, nella discesa sudiamo nonostante il nostro vestiario sia leggero.

Il canalone nel quale scendiamo è un ricettacolo di valanghe, ne sono prova i residui di erba, tronchi e sassi trascinati dentro.

pietrone con fossili

Salto massimo 35 metri, scorrimento solo nell’ultimo tratto, confluenza con gli Iacci, poco a monte della briglia. A mio avviso non merita una ripetizione.

Fosso del Diavolo

Sabato 20 Settembre, Michele ed io scendiamo un affluente del Salto, sui monti reatini, in un vallone boscoso che si apre in una proprietà privata.

Entrando nella proprietà incrociamo dei taglialegna.

Loro si trovano di fronte a due strani individui, che invece di passare i fine settimana come i loro simili in qualche centro commerciale o davanti alla tv a seguire il calcio e la formula uno, provano divertimento nello scendere valloni acquatici, e ci lasciano passare con in volto un’espressione mista tra lo stupore e la pena.

E mentre ci allontaniamo, veniamo apostrofati con un ‘ma che mestiere fate?!’, come se le forze e l’energie fisiche debbano essere impiegate per qualcosa di più produttivo che andarsene a zonzo per torrenti.

Quarta apertura in Costiera Amalfitana

Ieri, domenica 28 Settembre 2008, con Michele, abbiamo aperto la quarta forra sulla Costiera Amalfitana. Di seguito la situazione aggiornata:


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In verde il Vallone di Erchie, aperto il 28 maggio 2006
In blu il Vallone di Vecite, aperto l’11 giugno 2006
In rosso la Valle delle Ferriere, aperto il 25 giugno 2006
Mentre, il nuovo, in arancione è il Vallone Nocito, aperto ieri.

Il Vallone Nocito è un canalone che per 500 metri di dislivello, dall’abitato di Agerola si getta in mare all’altezza di Pogerola, attraversando una poderosa bancata di calcare compatto all’inizio, ed, a seguire, un calcare meno compatto a stratigrafia inclinata, in un anfiteatro di pareti strapiombanti.

L’ambiente, nonostante la selvaggeria, è stato sfruttato dall’uomo con opere di captazione per irrigare fazzoletti di terra ricavati su pendii aggettanti, e sfruttato dagli animali che hanno usato gli scavernamenti in parete come ripari, accedendovi mediante tracciolini andini.

La prima parte, nel calcare compatto, è costituita da salti notevoli che gettano il torrente, con una curva a sinistra, alla base di un’enorme parete strapiombante, intercettando e seguendo da qui la principale linea di faglia. L’ambiente qui è mozzafiato, l’inizio dei salti si presenta ai nostri occhi come uno spettacolo orrendo (inteso secondo l’estetica di Burke) che stimola il nostro senso estetico.

La parete strapiombante di fronte a noi, è più in basso di noi; il fondo della parete sul quale dovremo atterrare, è ancora più in basso, ed invisibile alla nostra vista, sembra essere aquile appollaiate prima di spiccare il volo.

Al senso del sublime di Burke manca però un ingrediente essenziale: la distanza che deve intercorrere tra l’osservatore, il soggetto che prova il sentimento di terrore, cioè noi, ed il pericolo, che deve essere tale da non mettere a repentaglio l’incolumità del soggetto.

In questo caso invece noi dobbiamo scendere nel baratro, e si apre l’interrogativo (nient’affatto di natura estetica) se le corde bastino o meno (ma basteranno, fortunatamente).

Nella seconda parte invece la stratigrafia diviene inclinata, il che favorisce la formazione di scivoli, il torrente presenta una sequenza di calate dall’altezza media.

La discesa termina con la calata più alta, che paradossalmente risulta meno impressionante rispetto alla prima successione, perché l’ambiente è meno aperto, aereo, e più inforrato, un salto appoggiato di 75 metri.

Dalla sua base, un piccolo acquedotto, che porta l’acqua ai campi vicini, verrà da noi utilizzato come via d’uscita.

Torrente Acquaniti

Neanche a farlo apposta, esattamente un anno fa, il 12 Agosto 2007, aprimmo quello che a nostro giudizio era il più bel percorso torrentistico della Sila, il torrente Colognati (vedi post http://andreapucci.satellitar.it/?p=15).

il video in streaming

A distanza di un anno, dobbiamo riformulare quel giudizio: il nuovo torrente sceso oggi, 12 Agosto 2008, il torrente Acquaniti (che scorre nel comune di Pietrapaola), se la batte, se non supera, come interesse torrentistico, il Colognati.


La giornata, dopo la pausa di fresco del Lunedì, è tornata particolarmente calda.
L’aria è afosa, un vento caldo si incanala da valle a monte, è un moto convettivo generato dal delta termico tra la pianura incandescente e la montagna più tiepida, e ci secca il respiro. La progressione, già difficile per le continue disarrampicate e la poca visibilità nelle vasche dal fondo pietroso ed instabile, è dura.

Non ho vergogna ad ammettere che verso la fine iniziamo ad accusare una certa stanchezza, e rallentiamo ogni tanto nel tentativo di recuperare le forze.


Il tratto di inforramento che troviamo è relativamente breve, ma continuo.

Dai segni dell’acqua e dalla morfologie delle discese intuiamo che in primavera la portata deve essere notevole, i primi che scenderanno la forra in quel periodo dovranno riarmarla in modo completamente diverso dal nostro armo esplorativo: per coloro sarà sicuramente una nuova emozionante avventura.



All’uscita dell’inforramento ci troviamo in un ambiente di clasti giganti.

La roccia è un conglomerato molto compatto.


La mappa dell’itinerario:


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