Perché l’esplorazione

Cosa mi spinge a percorrere nuovi torrenti?

Accanto al motivo più ovvio, cioè quello della scoperta, ci sono altre ragioni apparentemente secondarie.

La prima è la fuga dalla moltitudine umana.

L’attività è di per sè selettiva, si fa in pochi, poche persone ben motivate, che devono faticare per raggiungere l’obiettivo, spesso dall’esito incerto; senza riconoscimenti, patacche od onori. Spesso ci si fa un mazzo per niente.

L’ambiente è spesso selvaggio, le abitazioni lontane, strade, i segnali della presenza umana sono pochi. Gli accessi a volte vanno inventati, facendosi largo nella vegetazione impenetrabile, a colpi di cesoie e smadonnamenti.

Si è consapevoli di far parte di una minoranza, tu scegli di star lì mentre la maggior parte della gente impegna il proprio tempo libero in un centro commerciale o davanti alla tivi. Con tutto il rispetto per entrambi, ma consapevole della differenza.

E’ una forma di misantropia verso il genere umano? Forse. Ma anche il bisogno di allontanarsene per poterlo accettare meglio, per ritornare carichi e ributtarsi con nuovo vigore nella mischia.

La seconda ragione è il mistero della natura.

In un mondo dove si sa tutto, dove si è andato dappertutto, si ha la possibilità di vivere la dimensione della scoperta anche vicino casa, pur non essendo un superuomo, ma un impiegato che fa l’attività sportiva per hobby e non per mestiere, e quindi nei ritagli di tempo rimasti liberi dal lavoro e dagli impegni familiari.

Per quanto si studi preliminarmente l’accesso e l’uscita di un canyon, per quanto lo si studi sulla ortofoto, per quanto lo si approfondisca, non lo si potrà conoscere bene se non mentre lo si percorre.

Prima di averlo percorso uno se ne fa un’immagine mentale, una prefigurazione intrinsecamente inesatta: questo è il mistero. Il canyon è come se appartenesse ancora ad una dimensione onirica, ha ancora una sagoma imprecisa e vive di una vita sua, come uno spirito della natura, che può essere buono o cattivo, ribellarsi alla nostra intrusione od accettarci.

La discesa nel canyon diventa quasi un rito di iniziazione, se esso ci reputerà degni ci aprirà le sue porte e ci disvelerà i suoi segreti.

In questa dimensione onirica vive ancora il prossimo canyon che apriremo. Una immensa frana pensile staccatasi dalla vetta della montagna, si affaccia minacciosa sul ciglio del burrone, enormi clasti di svariati metri cubi pronti a venire giù al primo starnuto.


All’uscita di un inforramento costituito da una stratificazione orizzontale di calcare compatto, percorreremo qualche centinaio di metri in religioso silenzio con la speranza che la montagna non si risvegli proprio in quel momento, ma che ci lasci passare.

Dopo cinquecento metri di dislivello, il che ci costringerà a portare 200mt di corda, per nostra tranquillità, saremo fuori.

A quel punto il sogno sarà finito e la forra dalla dimensione onirica passerà a quella reale, potremo catalogarla, classificarla, numerarne i salti e la scala di difficoltà, la digeriremo e le daremo una classificazione, entrerà nella tabella delle forre percorse, sarà incasellata tra le altre: un numero in più.

E via con il prossimo sogno.

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