Perché PayPal non è adatto ai micropagamenti online

Di recente pubblico un’app sul play store https://play.google.com/store/apps/details?id=com.puandr.myfax , nella quale a fronte di un pagamento ricorrente settimanale di 1,70$, fornisco un servizio di fax sullo smartphone.

Come sistema di pagamento decido di utilizzare i pagamenti automatici di PayPal, ritenendo che PayPal, a fronte di una commissione di 37 cents a transazione, sia un sistema di pagamento tutto sommato affidabile e meno oneroso di quello di Google.

Per poter sottoscrivere tale sistema di pagamento, rispetto a Google, il cliente deve però effettuare qualche passaggio in più: deve compilare un form con tutti i suoi dati e l’indirizzo della sua mail, ricevere una mail e cliccare sul link ivi riportato, aprire il link nel quale sono menzionate le condizioni economiche ed infine venire indirizzato sul sito di PayPal.

A questo punto il cliente deve inserire il proprio account PayPal (email e password) per autenticarsi ed attivare il sistema di pagamento automatico.

Il sistema è pertanto molto più elaborato di quello di Google, dove l’attivazione dei micropagamenti viene effettuata direttamente all’interno dell’app, e soprattutto nel quale non è necessario inserire i propri dati o uscire dall’app o ricevere e cliccare sulla email.

Nonostante ciò ritengo (falsamente) che il fatto che il cliente mi fornisca i suoi dati, accetti deliberatamente le condizioni economiche, mi fornisca una mail che risulta verificata in quanto solo attraverso essa può proseguire con l’accettazione, utilizzi un account PayPal, mi fornisca una maggiore garanzia a fronte di eventuali contestazioni da parte del cliente sulla sua effettiva volontà di effettuare i pagamenti.

Almeno questo ritenevo fino a quando qualche giorno fa, quando un cliente messicano mi contesta ad Agosto due transazioni avvenute rispettivamente il 2 marzo 2016 e l’8 marzo 2016, di 1,70$ ciascuna.

Mi arrivano da PayPal (a cinque giorni di distanza) due avvisi di apertura di pratica di chargeback in quanto il cliente ha contestato presso la società di emissione della carta le due operazioni in quanto UNAUTH (non autorizzate).

Inizialmente sottovaluto la cosa, in primis ritenendo che PayPal avrebbe smontato facilmente le pretese del cliente, in secondo, valutando che alla peggio mi avrebbero riaddebitato il valore della transazione, cioè 1,70$.

Lascio passare pertanto i dieci giorni di tempo della prima (delle due) contestazioni, passati i quali PayPal mi comunica di aver chiuso la contestazione, e poiché non ha ricevuto la documentazione richiestami, non ha avuto modo di provare la bontà della transazione e mi addebita 20$ (venti dollari) di commissione per la lavorazione della pratica.

Penso di avere ancora cinque giorni di tempo per documentare la seconda contestazione, ma in ogni caso mi affretto a giustificare subito la transazione inviando a Paypal le informazioni richieste e specificando che la transazione contestata è relativa ad un pagamento automatico, quindi accettare la contestazione del cliente equivale a mettere in dubbio l’impalcatura stessa del sistema dei pagamenti PayPal.

Dopo venti minuti dall’invio della documentazione (e cinque giorni di anticipo sulla scadenza dei termini), ricevo una comunicazione di chiusura della pratica per gli stessi motivi della precedente, per non aver inviato alcuna documentazione, e mi vengono addebitati altri 20$.

Facendo due conti, a fronte di ogni 1,70$ di transazione, da cui dobbiamo togliere la commissione PayPal (37 cents), per un totale di 1,33$ di guadagno, c’è un rischio di impresa di ben 20$, ed io in 40 minuti ho perso ben 40$ a fronte di un potenziale guadagno di 2,66$: tutto il sistema mi sembra ben anti economico, ed ogni venditore, consapevole di un rischio d’impresa del genere, abbandonerebbe immediatamente tale sistema di pagamento.

Sono incredulo, il sistema è talmente anti economico che non può stare in piedi, ma ciò paradossalmente mi infonde fiducia: non è possibile che il sistema sia così inconsistente, PayPal certamente mi verrà incontro, anche offrendomi un compromesso, pur di chiudere la controversia, e darmi un minimo di soddisfazione.

Sarebbe stupido da parte loro chiuderla così, li sputtanerei sulla rete, scriverei sul mio blog, interverrei nei forum, quei 40$ che si sono presi come commissione li perderebbero già solo per la cattiva pubblicità che gli farei.

La mia prima impressione è che la leggerezza di PayPal nello sbrigare la chiusura della pratica di chargeback sia dovuta al fatto che tanto i costi vengono interamente scaricati sul venditore, ma che successivamente, riesaminando più attentamente la situazione, sarebbero stati senz’altro sufficientemente intelligenti da capire che a loro non sarebbe convenuta chiuderla così.

Purtroppo le mie aspettative non verranno corroborate dai fatti, la mattina seguente contatto telefonicamente PayPal, e poi nei giorni a seguire altre telefonate ed altre mail: ma ciò che ottengo è solo una trafila kafkiana di false promesse, risposte automatiche e precostituite senza voler approfondire la questione e senza voler entrare nel merito, insomma un muro di gomma.

Ma questo sarà oggetto del prossimo post.

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